Quando il restauro è solo per finta

Nel libro del professor Cristinelli le regole per difendere gli edifici storici dalle ristrutturazioni 
Occhio al restauro di edifici architettonici spesso carichi di storia. Soprattutto se – come accade sempre più spesso e con lo “specchietto per le allodole” dell’archistar di turno – si trasformano invece in vere e proprie ristrutturazioni degli edifici, come è avvenuto anche in laguna in anni recenti con gli interventi di Tadao Ando alla Punta della e di Rem Koolhaas al Fondaco dei Tedeschi.


L’altolà arriva con un richiamo alle regole da parte di un docente che di restauro architettonico si è sempre occupato, come il professor e architetto Giuseppe Cristinelli, già ordinario di Restauro Architettonico all’Iuav di Venezia, che ritorna alle origini e cioè ai fondamenti della disciplina per cercare chiarezza.


Si intitola infatti “Fondamenti per una dottrina del restauro architettonico” il volume che sarà presentato domani a Venezia, con cui Cristinelli prova a rispondere alla domanda cruciale. Come può un’opera architettonica conservare la propria identità dopo un intervento, sia pure conservativo, che inevitabilmente la modifica? Cristinelli ricorda come anche l’opera illuminata di Carlo Scarpa negli anni Sessanta e altissimi capolavori come l’intervento alla Fondazione Querini Stampalia o il Negozio Olivetti, possano aver creato pericolosi fraintendimenti su ciò che debba essere considerato restauro.


«Se l’unica realtà da proteggere e conservare era considerata la materia» spiega «ne discendeva che una corretta conservazione del monumento consistesse unicamente nel bloccare i processi di degrado di questa e, con opportune tecnologie, nel fissare nell’edificio l’immagine della materia degradata, testimone anch’essa della vita di quest’ultimo. Con questo grimaldello ideologico, utilizzato anche da diversi organismi di salvaguardia del patrimonio, si è da allora potuto forzare il sistema di protezione dello stesso e dei suoi monumenti, appellandosi anche a grandi firme dell’architettura contemporanea, quando il “nuovo” poteva risultare troppo in contrasto con l’ “antico”». Per Cristinelli, la distinzione tra materia e forma nel restauro architettonico – che molti propugnano – non ha senso, perché i due valori sono indivisibili. E introduce piuttosto il concetto – mutuato anche dall’antica filosofia greca – di sostanza, che connota l’essenza della stessa opera architettonica, definendone il concetto di “autenticità” rispetto a quello di “identicità”. «Non esiste infatti conservazione del patrimonio costruito, né quindi restauro» dice Cristinelli «senza progetto di conservazione di quel costruito. E la conservazione non può identificarsi con le tecniche di consolidamento dei materiali, uno degli equivoci più gravi degli ultimi decenni». Egli parla a questo proposito delle «deturpazioni del cosiddetto
facciatismo
, perpetrate ancora da qualche progettista che si limita a conservare i prospetti degli edifici storici, sconvolgendone completamente le partiture e gli spazi interni; oppure quelle effettuate con giustapposizioni insensate di mastodontismi impiantistici o con stravolgimenti operati da nuovi collegamenti verticali che vorrebbero trovare motivazione nell’osservanza di norme di vario tipo».


Per Cristinelli in un progetto di restauro che si occupi anche del recupero funzionale di un edificio, il criterio guida deve essere quello della compatibilità delle esigenze abitative con quelle conservative: «Una cosa è compatibile con un’altra» osserva «quando, accostandosi ad essa, non ne turba la propria singolarità o individualità o non ne viene a corrompere l’essenza, la sostanza. Alcune nuove funzioni possono, su questa base, rivelarsi compatibili, altre incompatibili». E fa riferimento, per orientarsi, alle planimetrie degli edifici. Che esistono per una “domus” romana, come per un moderno grattacielo. Basta rispettarle.


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