Strega, un premio romano gestito dai grandi editori

Un paese in cui si parla di libri e di premi letterari in prima pagina, è un paese civile. Succede in Italia. Il premio è lo Strega, che ha appena resa nota la cinquina dei finalisti. Fra un mese, ci sarà il vincitore.
Vincere lo Strega vuol dire vendere automaticamente 50-70 mila copie. Parlando dello Strega, parliamo dunque delle nostre letture nell’estate che s’apre.
I libri che leggiamo lasciano una traccia perenne nel nostro cervello, condizionano il modo in cui parliamo, in cui pensiamo, in cui “funzioniamo”.
Un grande scrittore, Antonio Moresco, che non è stato ammesso nella cinquina, alla quale si presentava con un grande libro, pubblicato però da un piccolo editore, diceva ieri in prima pagina su Repubblica che quel premio è una «melma», i votanti stanno «ben piantati in questa melma», e non capiscono che «quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato».
Accusa lo Strega di essere un premio “romano”, e nota che «tutti i finalisti, nessuno escluso, abitano a Roma». Dice che «il mondo culturale italiano partecipa delle stesse logiche e comportamenti che vengono esecrati con aria di superiorità nella politica». Ha ragione? Al cento per cento: le cose stanno così. Poiché i lettori di questo mio articolo vivono in gloriose-piccole città, gli dico che chi partecipa allo Strega, venendo da una di queste città (parlo per esperienza), parte con almeno 40 voti di svantaggio.
Lo Strega è un premio romano per grandi editori o gruppi di editori. I votanti sono scrittori, e sono tutti legati al loro editore, votano rispettando la scuderia di appartenenza. Possono non farlo, ma la disobbedienza è uno sgarro, e ha un prezzo. Gli editori che lasciano liberi i loro autori sono pochi, e se hanno autori in concorso, questi se ne lamentano. Passano per editori “deboli”, non attraggono nuovi autori.
La concentrazione di grandi editori in un nuovo potente gruppo editoriale ha anche questo scopo: vincere i grandi premi, e dunque influenzare il mercato e le traduzioni. È un danno per la nostra cultura, che finisce per diffondere e mandare all’estero opere mediocri e tenere nei magazzini le opere migliori. In questo modo, si corrompe il gusto dei lettori, che finiscono per credere che le opere di successo siano anche le opere di valore. Non è così, naturalmente.
Antonio Moresco dice queste cose, sacrosante, in un momento di sua debolezza, perché ha appena perso, e il suo sfogo può sembrare una vendetta, mentre è una giustizia.
Lo Strega in passato era anche peggio di oggi. Non che gli organizzatori siano corrotti, è il sistema delle votazioni che è manipolato.
Una volta si votava solo per scheda cartacea, e c’era chi rastrellava la schede a decine. Io non volevo partecipare, perché da 10 anni consecutivi il premio veniva vinto sempre dallo stesso editore.
La patrona era infuriata. Fece un viaggio da Roma a Milano per convincere il mio editore a farmi concorrere. Concorsi.
La Natalia Ginzburg aveva il marito di sua figlia in gara, e dalla borsetta rovesciò sul tavolo della giuria una cinquantina di schede. Io non avevo neanche la “mia” scheda, perché non ero stato incluso tra i votanti. Vinsi per 7 voti.
Il Premio Strega tratta i suoi vincitori come sue creature, come se esistessero non perché hanno scritto dei libri che restano, ma perché hanno vinto lo Strega.
Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della fondazione dello Strega, e una troupe di fotografi gira per l’Italia a trovare i vincitori ancora in vita per fargli una foto da esporre in una grande mostra: non intendo riceverli, mi rifiuto di credere che quel mio libro viene ancora letto e ristampato e tradotto per merito dello Strega.
Mi rivolgo ad Antonio Moresco: uno scrittore esiste per i libri che scrive, non per i premi che vince.
fercamon@alice.it
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