Wolf Ferrari, il concerto da riscoprire

Daniele Rustioni e Francesca Dego alla Fenice con un programma di grande valore e lunga storia
VENEZIA. Vicino a campo San Samuele, a Venezia, si può leggere questa lapide: “Tornato stanco e pellegrino / alla sua Venezia / ispiratrice della sua musica /da questa casa / passò all’eternità / Ermanno Wolf Ferrari / il 21 gennaio 1948.” Il compositore, che fu direttore del Conservatorio Benedetto Marcello dal 1903 al 1909, era nato a Venezia il 12 gennaio 1876. Figlio di un pittore tedesco e di un’italiana, assunse a 19 anni i cognomi di entrambi i genitori, volendo forse dichiarare la sua appartenenza a due culture, germanica e latina. E in Germania, a Planegg, nei pressi di Monaco, aveva poi a lungo vissuto, in una bella villa circondata da un immenso parco. Il suo stile restò estraneo alle novità novecentesche. Non rischiò dunque l’accusa di scrivere “musica degenerata”, come i nazisti definirono tutto quello che non si rifaceva alla tradizione. Dopo l’Anschluss dell’Austria al Reich, lo stesso Hitler gli conferì la cattedra di composizione al Mozarteum di Salisburgo. Il grande direttore Antonio Guarnieri definì Wolf Ferrari «un uomo di una bontà inesorabile». Le celestiali ingenuità e generosità di cui parlano le testimonianze di chi lo conobbe, fanno capire che non ci fu in lui connivenza alcuna con il regime.


Sabato 13 gennaio alle 20.00 (replica domenica 14, alle 17), in un concerto diretto da Daniele Rustioni, la Fenice propone il Concerto per violino op. 26 di Wolf Ferrari. Solista sarà Francesca Dego (moglie di Rustioni), che in un’intervista ha raccontato le vicissitudini di questo brano. Fu scritto per la virtuosa italo americana Guila Bustabo, che lo suonò in Germania davanti a platee di gerarchi. Finita la guerra la Bustabo fu processata per collaborazionismo e il concerto fu dimenticato.


Ora Rustioni e Dego lo hanno riportato alla luce definendolo «un bellissimo concerto romantico scritto in ritardo». Ci sembra doveroso sottolineare che la famiglia materna di Francesca Dego (un’allieva di Accardo che suona un violino Francesco Ruggeri del 1697), è composta da ebrei in gran parte scomparsi nei campi di concentramento.


Il programma della serata comprende anche la Sinfonia in do maggiore di Schubert “La Grande”. Fu riscoperta da Schumann che, molti anni dopo la morte dell’autore, durante un viaggio a Vienna, si recò a far visita al fratello di Franz, Ferdinand, che ne aveva custodito con amore il lascito. Tra gli altri tesori, Schumann fu sorpreso di trovare questa sinfonia. Suggerì di inviarla alla Gewandhaus di Lipsia perché potesse essere finalmente eseguita e così ne parlò in un saggio del 1840: “Chi non conosce questa Sinfonia conosce ancora poco di Schubert; e questa lode può sembrare appena credibile se si pensa a tutto quello che Schubert ha già donato all’Arte”. A parte la Nona di Beethoven, con la sua appendice corale, nessuna sinfonia dell’epoca aveva “la celestiale lunghezza” (ancora parole di Schumann) di questa. Di conseguenza, anche per distinguerla dalla Sesta Sinfonia dello stesso autore, nella medesima tonalità, si suole chiamarla “La Grande”.


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