I profughi si raccontano a scuola

PIOVE DI SACCO. Tre storie, una diversa dall’altra, eppure allo stesso tempo così simili. Vengono da paesi differenti e lontani tra loro ma i loro cammini e destini si sono inesorabilmente incrociati. Prima la Libia con la sua violenza e anarchia, poi l’orizzonte indecifrabile di un mare sconosciuto, infine il tedio di giorni sempre uguali nel centro di accoglienza di Conetta in attesa che qualcuno decida quale sarà il prossimo capitolo della loro vita. Testimonianze da ascoltare in silenzio, raccontate con un filo di voce, troppo spesso interrotto da sussulti che fanno solo intuire il peso di ferite dell’animo difficili da guarire. Ieri mattina, nell’auditorium dell’istituto superiore “De Nicola” di via Parini, si è tenuto un toccante incontro tra gli studenti e tre profughi ospitati nel campo allestito nella ex base militare di Conetta. I ragazzi, coinvolti nei progetti di solidarietà e volontariato proposti dall’istituto, hanno potuto così confrontarsi direttamente con una realtà generalmente conosciuta solo superficialmente e in maniera approssimativa. A rompere il ghiaccio è stato Junior Loganga. In Congo andava a scuola e aveva una famiglia. Un giorno, quando aveva 17 anni, due uomini lo hanno prelevato da casa e, dopo alcuni mesi, attraversato il deserto, si è ritrovato in Libia. Un paese allo sbando, dove i profughi vengono continuamente picchiati e derubati. Molti spariscono nel nulla mentre altri sono sfruttati e lavorano incessantemente senza ricevere nulla in cambio. Così è fuggito salendo su un barcone, insieme a un centinaio di persone. Per ore ha navigato sul Mediterraneo sino a essere intercettato dalla guardia costiera italiana. Molti dei suoi compagni non ce l’hanno fatta. Udeki Wisdom ha 25 anni. Il mare lo ha affrontato in inverno tanto che ha quasi perso l’uso delle gambe per l’assideramento. I suoi genitori erano morti anni prima a causa delle guerre interne tra clan e per non fare la stessa fine appena ha potuto ha lasciato la Nigeria. In Libia, tra violenza e soprusi, qualcuno gli ha prospettato l’illusione di una vita migliore in Italia e così dopo avere trovato i 700 euro per il viaggio è salpato per un viaggio fatto di stenti e dove il tributo di morti è stato alto. Di tutt’altro genere è la storia di Munna Sansulamin. Ha lasciato la povertà del Bangladesh dopo la morte del padre per cercare la maniera di sostenere la madre malata e i tanti fratelli. È finito a lavorare in Libia ma poiché non veniva pagato ha deciso di prendere la rotta per l’Europa. I tre profughi fanno parte di quel gruppo che all’interno del campo, che raccoglie circa 550 persone, aiuta gli operatori nelle attività giornaliere. Sono dei punti di riferimento anche per monitorare dall’interno le dinamiche del campo. «I nostri ragazzi» ha detto la dirigente scolastica Caterina Rigato, «hanno avuto l’opportunità di ascoltare delle storie vere di percorsi di sofferenza per cercare prospettive di vita migliori. Sulle loro spalle c’è il peso della responsabilità di diventare cittadini capaci di costruire un mondo più giusto, dove sia forte il dovere di accoglienza reciproca e verso gli altri».
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