Bim, salotto della finanza che non trova acquirenti

Intesa non ha ritenuto di rilevare il gruppo piemontese, ora in mano ai liquidatori In Borsa il 71% vale 157 milioni ma la quota è in vendita senza successo da tre anni

PADOVA. «Comprare Bim? Sarebbe come acquistare un osso» spiegano fonti autorevoli a contatto con il dossier. Un “osso” di cui Intesa non saprebbe che farsene: per questo l’ha tenuto fuori dal bottino della good bank rilevata. Ora Bim è nelle mani del liquidatori a cui sono rimaste solo le cose cattive, «bad». E l’Europa impone sei mesi per venderla sul mercato. Pena la liquidazione.

Perché Intesa SanPaolo non ha voluto Bim, che gli sarebbe stata regalata al prezzo simbolico di 1 euro? La prima risposta è fin troppo facile: incorporare una quotata non è semplice. Non va poi scordato che Bim, controllata al 71% da Veneto Banca (più un 9% a pegno stando ai dati Consob), ha un 30% circa di azionisti di minoranza: un altro elemento che può aver influito.

Ma i dati di fine 2016 della banca torinese parlano da soli: -21,9% il crollo della raccolta, - 29% il patrimonio (in un anno sono stati bruciati 97 milioni) tra coperture su sofferenze e perdite. Il rosso a fine 2016 segnava 93,4 milioni. Nel 2015 la perdita era di 19 milioni. A fine 2016 il risultato della gestione operativa era di 1,9 milioni (33,3 milioni a fine 2015). I private banker in un anno sono passati da 197 a 164, le filiali sono rimaste 29, i dipendenti da 624 a 576.

Nel verbale dell’assemblea del 21 aprile 2017 si legge: «Bim ha bisogno di un significativo processo di trasformazione per eliminare alcuni importanti difetti che hanno penalizzato i risultati attuali in maniera devastante, principalmente derivanti dall’aver sviluppato attività di prestiti nei confronti della clientela imprese». «La banca - si continua - non era preparata a operare efficientemente in tale settore e ciò ha causato rilevanti perdite su crediti con deterioramento del conto economico e del patrimonio aziendale. La trasformazione consiste nel tornare a essere una vera private banking».

Stando al piano Tiepolo 2.0 elaborato dall’ex ad Bpvi Fabrizio Viola (oggi liquidatore), gli asset non strategici delle due banche, ora in bad bank, sono valorizzati 874 milioni. Il 71% di Bim in mano alla Banca vale a mercato 157 milioni. Bim aveva già valutato, con la comunicazione di febbraio di Veneto Banca e il deconsolidamento dal perimetro, la sua «sostenibilità economica pluriennale in un’ottica stand alone».

Ma, alla notizia del «no» di Intesa, Giorgio Girelli, consigliere delegato di Banca Intermobiliare, ha dichiarato: «È una soluzione ottima. È il progetto che già avevamo, ora tutto si accelera. Siamo gestiti dalla procedura di liquidazione e c'è urgenza di andare sul mercato. Spero che entro pochi mesi la vendita possa essere completata».

Toccherà ai commissari straordinari cercare ora potenziali acquirenti. Ma il passato ci dice che finora poco si è mosso.

«Perché dovremo cedere Bim - chiedeva retoricamente in assemblea nel 2013 Vincenzo Consoli, allora ad Veneto Banca -? Per fare un regalo agli stranieri? Bim è strategica, si occupa di private banking e lo fa in maniera egregia». «È un delitto vendere Bim» sottolineava l’ex presidente Flavio Trinca nell’aprile 2014. Si stava chiudendo allora un’asta durata mesi per la cessione chiesta dalla Bce: «Questa vendita - disse - è il cruccio più grande, ma i regolatori ti impongonociò che vogliono e andare contro, non si sa come va a finire».

Veneto Banca acquisì Bim, la cassaforte dei risparmi della borghesia piemontese, un “salotto buono” il cui Cda fu coinvolto nel crack del gruppo Coppola, nel 2010 con un'opa in contanti a 4,25 euro per azione. L’azionista di controllo era la società Cofito che fu fusa per incorporazione nell’ex banca popolare.

Nell’agosto 2014 la banca di Consoli sottoscrisse un contratto per la cessione del 51,4% a una cordata di imprenditori capitanata dal vicepresidente e azionista Piero D’Aguì a 289 milioni. Ma i termini del contratto scadettero e la quota fu messa sul mercato senza nulla di fatto. Poi si scoprì che la cordata non aveva ottenuto l’ok della Bce. Si presentò così Banca svizzera italiana, a cui venne riservata una trattativa esclusiva che saltò. Tutto rimase fermo finché non arrivò il Fondo Atlante che a settembre 2016 disse: «Bim non è più in vendita». Forse voleva rilanciarla, ma forse la Bce è intervenuta: il 13 febbraio di quest’anno Veneto Banca comunicò il deconsolidamento di Bim in vista della fusione con Bpvi. Quell’operazione non è avvenuta e la partecipazione è così rimasta nel limbo della liquidazione. Pietro D’Aguì è finito intanto con Consoli tra gli indagati per la Procura di Roma. La Banca ha già pagato 30 milioni di danni alla famiglia Scanferlin, ex soci Cofito. Su Consoli pende ancora, infine, una denuncia di D’Aguì per estorsione e truffa.
 

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