Borse di impiego contro la fuga dei giovani, Nalini: «Buona idea, ma dobbiamo raccontarci meglio»

L’amministratore delegato di Carel Industries e vicepresidente di Confindustria Veneto Est: «Sì al supporto extra per i giovani talenti, le imprese imparino ad essere attrattive»

Giorgio Barbieri
Il Veneto è tra le regioni con più giovani in fuga
Il Veneto è tra le regioni con più giovani in fuga

«I numeri sono evidenti. L’uscita di giovani, laureati e non, dalla nostra regione verso altri territori è un fenomeno reale. Questo si somma poi al calo demografico che nei prossimi anni inizierà a colpire pienamente anche la popolazione in età lavorativa. Per le imprese il tema è quindi sempre più cruciale». Francesco Nalini, amministratore delegato della padovana Carel Industries e vicepresidente di Confindustria Veneto Est, inquadra così il fenomeno della fuga dei giovani e accoglie con grande favore l’iniziativa, presentata venerdì a Padova, di un patto tra istituzioni e mondo economico per riconoscere ai neoassunti “borse di impiego” che integrino stipendi tra i più bassi d’Italia e che garantiscano prospettive di carriera per i giovani.

Perché il problema è così rilevante per le aziende?

«La nostra manifattura deve evolvere verso modelli a più alto valore aggiunto. Questo significa integrare tecnologia, servizi e know-how nei processi produttivi. Per farlo servono competenze. Se queste competenze diventano difficili da trovare, il territorio rischia di perdere competitività. Dal punto di vista delle imprese il tema è quasi esistenziale».

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Le imprese venete fanno davvero fatica a trovare personale qualificato?

«I dati lo dimostrano chiaramente. Le rilevazioni del sistema Excelsior di Unioncamere mostrano regolarmente che circa due terzi delle posizioni ricercate in Veneto sono di difficile reperimento. E le figure più difficili da trovare sono proprio laureati in discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), tecnici e operai specializzati, progettisti e sempre più le competenze digitali. Sono professionalità fondamentali per l’industria e allo stesso tempo sono tra quelle che più spesso lasciano la regione».

Molti giovani però scelgono di andare via anche per ragioni diverse dal salario.

«Le aspettative stanno cambiando. Un’indagine realizzata da Fòrema, società di formazione di Confindustria Veneto Est, su oltre mille giovani e quasi 500 imprese di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige mostra che al primo posto tra i fattori di scelta c’è l’equilibrio tra vita e lavoro e la flessibilità organizzativa. Poi la retribuzione e le opportunità di crescita e formazione. È un cambiamento importante rispetto al passato».

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I manager che hanno sottoscritto l'accordo

Quanto pesa, per esempio, la possibilità di lavorare da remoto?

«Molto. I dati mostrano che il lavoro da remoto riguarda circa il 22, 3% di chi lavora in Veneto, ma sale al 42% per chi lavora in altre regioni e supera il 60% per chi lavora all’estero. Chi va fuori spesso trova organizzazioni più flessibili e modelli di lavoro diversi. Questo significa che anche le imprese devono evolvere per diventare più attrattive».

Nel Nord Est però la dimensione media delle aziende è più piccola rispetto ad altri Paesi europei. Questo incide?

«Sì, perché la dimensione aziendale è legata alla capacità di investire in ricerca e sviluppo, alla produttività e quindi anche alle retribuzioni. Le imprese più grandi tendono ad avere più risorse per innovare e pagare salari più alti. Per questo è fondamentale investire di più in innovazione e rafforzare l’ecosistema della ricerca».

Come si costruisce un ecosistema dell’innovazione capace di trattenere talenti?

«Nasce dall’interazione tra imprese, università, centri di ricerca e istituzioni. In Veneto qualcosa di molto positivo sta già succedendo. Padova, per esempio, sta diventando sempre più un hub dell’innovazione al servizio dell’intero Veneto grazie alla presenza dell’Università degli Studi di Padova, del Competence Center Smact, degli incubatori e degli acceleratori di startup. È un ecosistema che funziona e che può diventare sempre più attrattivo».

Serve anche raccontare meglio il territorio?

«Assolutamente sì. Il Veneto è spesso percepito soprattutto per la sua attrattività turistica, che è importante, ma bisogna raccontare anche l’eccellenza produttiva. In questa regione si produce circa il 12% del valore aggiunto manifatturiero italiano e il 13% dell’export nazionale. Abbiamo imprese molto internazionali e tecnologiche, ma spesso i giovani non le conoscono. La sfida non è solo trattenere i talenti che abbiamo, ma anche attrarne di nuovi». 

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