Borse d’impiego, Celeghin: «La Regione faccia il primo passo, poi taglio al cuneo»

L’amministratore delegato della padovana Dmo: «Gli imprenditori devono anche far crescere le loro aziende»

Giorgio Barbieri
Fabio Celeghin, amministratore delegato di Dmo
Fabio Celeghin, amministratore delegato di Dmo

«Se lo Stato incentivasse i processi di fusione e aggregazione di imprese – con semplificazioni o agevolazioni – si potrebbero creare realtà più solide e competitive, così da trattenere i giovani sul territorio».

Ne è convinto Fabio Celeghin, amministratore delegato di Dmo, gruppo con circa 300 milioni di ricavi nel 2024 attivo nelle catene per l’igiene personale e della casa Caddy’s, nelle profumerie Beauty Star e nei negozi per animali Isola dei Tesori, con sede a Pernumia, nella Bassa Padovana.

Perché tanti giovani laureati in Veneto scelgono poi Milano?

«Chi si laurea in ingegneria o finanza guarda a Milano per due motivi. Da un lato stipendi mediamente più alti, dall’altro la percezione che lì si concentri la nuova economia. Questo sta progressivamente impoverendo le province».

Quindi c’è un tema di percezione?

«Sì, ma non solo. I giovani cercano dove fare carriera, dove succedono le cose. E qui abbiamo poche grandi aziende in grado di offrire percorsi strutturati. Questo pesa molto nelle scelte».

Le Borse di impiego per i neoassunti potrebbero aiutare. Ma chi dovrebbe finanziarle?

«Se la Regione mettesse fondi sul piatto sarebbe un bel primo passo. Ma la questione deve poi arrivare a Roma: il cuneo fiscale non può rimanere così alto. Le risorse ci sono, tra interessi sul debito ed evasione fiscale. Il problema è la capacità di intervenire. Se non affrontiamo questi nodi, restiamo fermi».

Come invertire il trend?

«L’incentivo economico potrebbe non bastare. Serve innanzitutto una presa di coscienza degli imprenditori perché bisogna far crescere le imprese. Più dimensione significa più capacità di investire, attrarre talenti e competere. Dobbiamo superare il mito del “piccolo è bello”: piccolo non ti permette di scalare né di fare investimenti significativi».

È una questione culturale?

«Assolutamente sì. È una trasformazione profonda, che richiede lavoro sugli imprenditori e politiche che favoriscano fusioni e aggregazioni».

Il nodo della governance quanto pesa?

«Moltissimo. In un incontro con imprenditori veneti ho chiesto chi avesse manager esterni o bilanci certificati: pochissime mani alzate».

Il passaggio generazionale è un’opportunità o un rischio?

«Entrambi. Non significa semplicemente lasciare l’azienda ai figli, ma affidarla a chi è in grado di gestirla. Dobbiamo passare da azienda familiare a “azienda di famiglia”: la proprietà può restare, ma la gestione deve essere affidata a manager competenti. Ci sono esempi virtuosi, anche in Veneto».

Che effetti ha una governance poco chiara?

«Blocca le decisioni. Ci sono aziende con molti membri della famiglia coinvolti dove diventa difficile anche prendere scelte semplici. Questo rallenta tutto e rende meno attrattivo l’ambiente per i giovani, che invece cercano visione e prospettiva».

Il rapporto tra imprese e università può migliorare?

«Deve migliorare. L’università deve essere più grande, più attrattiva e soprattutto dialogare di più con le imprese. Oggi spesso è il contrario: siamo noi a proporre, mentre dovrebbe esserci una maggiore apertura».

E gli studenti stranieri?

«A Padova se ne vedono sempre di più. Arrivano per la triennale e poi se ne vanno. Dovremmo trattenerli, offrendo percorsi e opportunità di lavoro. È paradossale: parliamo di fuga di cervelli e poi non valorizziamo quelli che arrivano».

Il nodo degli stipendi resta però centrale?

«È il tema. Il costo del lavoro è alto per le aziende, ma il netto per i dipendenti è basso. Con stipendi intorno ai 1.500 euro è difficile vivere, soprattutto con affitti e bollette in crescita. Così i giovani fanno fatica a costruirsi un futuro». —

 

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