Caffè Pedrocchi, la cultura si mobilita: i volti in prima linea per la sua salvaguardia
Il coro di voci dal costituzionalista Bertolissi all’ex rettore del Bo Rizzuto: un unico appello per preservare un patrimonio vivo di storia e identità cittadina

È una mobilitazione culturale ampia e trasversale, per certi versi sorprendente, quella che sta attraversando la città in difesa del caffè Pedrocchi. Un coro di voci che nasce dai rilievi sollevati dal mattino sulla gestione del celebre caffè senza porte.
Voluto dal torrefattore Antonio Pedrocchi e progettato dall’architetto Giuseppe Jappelli, lo stabilimento si avvicina ai due secoli di vita. Fin dall’apertura non è stato un semplice esercizio commerciale.
Luogo d’incontro di intellettuali e letterati, crocevia di idee, punto di riferimento per i padovani e per chiunque fosse di passaggio in città. E se, oggi che quella vocazione appare sbiadita, non bastasse il lascito testamentario di Cappellato Pedrocchi a rammentare l’obbligo «solenne e imperativo» di conservare lo stabilimento jappelliano «come trovasi attualmente», affinché possa mantenere il suo primato in Italia, ecco che alzano la voce i protagonisti del mondo intellettuale. Accademici di prim’ordine, artisti, gente che ha gestito la cosa pubblica, studiosi.
Il costituzionalista Mario Bertolissi affida la sua riflessione a parole nette: «Il marmo è stato sostituito dalla plastica, l’oro dall’ottone, il pensare dal comunicare, l’essere dall’apparire. Più che fragili, siamo divenuti inconsistenti». «Mai cedere alla sciatteria», è l'invito della giornalista Margherita Reguitti.
Giampiero Beltotto (Teatro Stabile del Veneto) amplia la prospettiva: «La questione mi sembra ci debba toccare come sistema spronandoci a qualche domanda che riguarda l’ambizione della città e del Veneto». E ancora, Elio Armano: «Il Comune, troppo occupato dalle cementificazioni che tutto stravolgono, rivolga lo sguardo ai suoi patrimoni più preziosi».
«Un territorio intriso di storia e cultura è un territorio vivo, che vive il presente e non teme il futuro. E per questo dobbiamo impegnarci tutti», ragiona l'ex rettore del Bo, Rosario Rizzuto. Emanuela Bassetti (Marsilio) individua la ferita: «Uno dei nervi scoperti di questo secolo: la vittoria miope della quantità sulla qualità». Tante voci, un unico appello. Che va oltre la critica e chiama in causa una responsabilità collettiva per quel caffè-monumento: preservarlo non come vetrina, ma come patrimonio vivo di storia, cultura e identità cittadina.
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