Case di comunità in Veneto, la Cgil: solo tre sono pronte. «C’è il pericolo che siano scatole vuote»

L’indagine: appena 21 strutture hanno terminato il collaudo. «Faremo dei sopralluoghi per controllare i lavori»

Laura Berlinghieri
L’inaugurazione di una Casa di comunità nel Padovano
L’inaugurazione di una Casa di comunità nel Padovano

«Ci troviamo di fronte al rischio concreto di avere delle strutture bellissime, ma scatole vuote» dice Tiziana Basso, segretaria della Cgil regionale. Parla delle case della comunità: novantacinque in Veneto, stando al Pnrr; novantanove, secondo la programmazione regionale.

Tre in tutto quelle completamente funzionanti ad oggi, capaci di garantire tutti i servizi previsti, a due mesi dalla chiusura del grande rubinetto di fondi europei chiamato Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nel Padovano, ad esempio, risultano conclusi i lavori soltanto per le strutture di Vigonza, Piove di Sacco e Carmignano di Brenta. «Come sindacato, faremo dei sopralluoghi per capire cosa c’è e cosa funziona – promette Basso – le criticità sono troppe».

Lo stato di avanzamento dei lavori

A partire da lavori che faticano a rispettare le attese. Perché i numeri sono impietosi: delle 94 strutture considerate dal sindacato, quelle già collaudate sono appena dodici, più una il cui collaudo è stato quantomeno pianificato. Quanto alle altre, per ventuno il collaudo è in ritardo e per le altre sessanta il ritardo riguarda la stessa esecuzione dei lavori.

Sì che le strutture di nuova realizzazione sono appena venti; per sessantadue si tratta di pura ristrutturazione (straordinaria, per altre sei), con le ultime sei da ampliare. Per un totale di poco superiore ai 252 milioni di euro, dei quali il 54% proveniente da fondi del Pnrr e il 28% dalla Regione.

La carenza di personale

Ma a preoccupare il sindacato è soprattutto l’altra questione: quella relativa al personale. Perché sono queste nuove case della comunità le strutture che dovrebbero diventare perno della tanto decantata medicina di prossimità. Quella che già, con slittamento all’aprile 2027 dell’attivazione dei ventiquattro ambiti territoriali sociali previsti sul territorio, rischia di subire l’ennesima battuta d’arresto.

Ma adesso l’attenzione è tutta riservata a questi nuovi soggetti che si affacciano sul palcoscenico della sanità veneta, aggiungendosi alla medicina territoriale e ponendosi come anello di congiunzione tra gli ospedali (da sgravare) e la medicina generale.

In realtà, in queste strutture dovrebbero andare a lavorare esattamente loro, i medici di base. Anche in virtù della nuova riforma del settore proposta da Orazio Schillaci – o, almeno, la speranza del ministro è questa – che chiede la trasformazione dei dottori di medicina generale in dipendenti pubblici. «Sarebbe la vera soluzione» ammette la segretaria della Cgil, pur consapevole del muro opposto dalla categoria. La soluzione pure per riempire queste strutture, il cui funzionamento dipenderà in parte anche dal servizio che i medici di medicina generale saranno chiamati a compiervi, su turni, sette giorni su sette e ventiquattr’ore su ventiquattro.

Propositi che si scontrano con la realtà. E dunque con la carenza di 3500 infermieri e di almeno 2000 operatori socio-sanitari ammessa dalla Regione stessa. «Numeri importanti, ma sottodimensionati» rilancia Aldo Marturano, della segreteria regionale della Cgil, parlando piuttosto di «una carenza di 5000 infermieri e di un 40% di Oss che ormai è prossimo alla pensione».

È una fotografia adattabile a un po’ tutte le figure della categoria. Ci sono i medici di medicina generale, che nel giro di dieci anni hanno perso 489 professionisti e che per il 30% hanno più di 55 anni. E poi gli infermieri, con cifre persino più preoccupanti: -1172 lavoratori nell’arco di un triennio e una media di quattro posti su dieci che rimangono scoperti nelle facoltà (ma lo stesso riguarda le borse per la medicina generale). Infine gli Oss, di cui quattro su dieci hanno più di 55 anni.

Dati che allarmano, se si considera che è proprio su queste figure che si dovrà basare il lavoro all’interno delle case della comunità.

I servizi

Va ricordato che queste strutture si divideranno in due categorie: hub, le principali, e spoke, le secondarie. Tutte dovranno prestare servizi di cure primarie e infermieristiche, assistenza domiciliare e specialistica ambulatoriale, con presenza medica e infermieristica costante.

Quanto invece ai servizi diagnostici di base, alla continuità assistenziale e ai punti prelievi, questi saranno obbligatori negli hub, ma facoltativi negli spoke. Mentre saranno facoltativi ovunque le attività di consultorio, di salute pubblica e screening; e pure facoltativi, ma raccomandanti, i servizi relativi a salute mentale, dipendenze, neuropsichiatria infantile e medicina dello sport.

«Ci sarà sempre più bisogno di cure»

Servizi che risultano centrali in una regione sempre più anziana, con sempre meno medici, ma i cui abitanti avranno sempre più bisogno di cure: di prossimità, soprattutto.

«In Veneto gli ultra 65enni corrispondono a un quarto dell’intero ammontare dei residenti; e, di questi, 600 mila hanno almeno una malattia cronica. E poi ci sono gli ultra ottantenni, altri 390 mila». Per questo, incalza Basso, «serve puntare sui servizi di prossimità, anche per evitare la pressione sui pronto soccorso e scongiurare il verificarsi di ricoveri evitabili». Nessuna bocciatura, quindi, da parte del sindacato, ma la richiesta di rispettare i patti presi, per non ritrovarsi a fare i conti con l’ennesima occasione persa. 

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova