Caso Emergency-Afghanistan il governo batte un colpo

Si muove più decisamente, ora, la diplomazia italiana sul caso Emergency. Berlusconi scrive al presidente afghano Karzai chiedendo risposte «urgenti e concrete»; il ministro degli Esteri Frattini, accompagna la missiva dicendosi o «non soddisfatto» delle risposte venute dalle autorità afghane e propone la creazione di un team italo-afghano per l’accertamento dei fatti. Dunque, così come compete a un Paese che ha in Afghanistan uomini e mezzi nella missione Isaf e dona ingenti aiuti alla sua ricostruzione, l’Italia compie quei passi che doveva effettuare sin dal momento del fermo dei tre operatori sanitari di Emergency da parte dei servizi di Kabul.


Tra i compiti primari di uno Stato vi è, infatti, quello di proteggere l’incolumità dei suoi cittadini, anche all’estero. Tanto più quando si può presupporre che le accuse, non ancora formalizzate, rivolte ai tre italiani possano rivelarsi infondate; tanto più in un contesto come quello afghano, nel quale, insieme all’idea di «esportazione della democrazia» è naufragata anche quella di Stato di diritto ed essere detenuti arbitrariamente e senza assistenza legale non è mai privo di rischio. Oltretutto, la cultura garantista cui il governo dice di ispirarsi non può essere fatta valere a giorni alterni, a seconda dei soggetti, in Italia e non all’estero.


Dopo giorni di afasia, Roma batte, dunque, finalmente un colpo a Kabul. Grazie anche alla mobilitazione dell’opinione pubblica e di parte dei media, che hanno chiesto un’indagine rapida e prove convincenti a supporto di accuse che possono comportare anche la pena di morte. Una mossa tardiva, ma comunque benvenuta. Perché cancella il sospetto che Roma abbia abbandonato a sé stessi i concittadini fermati a Laskar Gah e, in qualche modo, mette fine allo spettacolo visto in questi giorni: il susseguirsi di dichiarazioni improprie da parte di membri dell’esecutivo e della maggioranza, che dovrebbero operare secondo un’etica della responsabilità e non della convinzione, che ha fatto trasparire una sorta di riflesso ideologico pavloviano. Quasi che l’accaduto desse, finalmente, l’occasione di regolare i conti con un’organizzazione scomoda come quella di Strada, invisa a molti dentro e fuori i patri confini. Rivelando in tal modo, semmai ce ne fosse stato bisogno, una spaccatura del Paese secondo logiche di appartenenza che, in simili frangenti, non dovrebbero mai prevalere.


Vale oggi per Emergency, come ieri per i contractors sequestrati in Iraq. Qualunque sia il colore politico, la visione del mondo, l’ideologia dei cittadini che si trovano in situazioni critiche, sopratutto in contesti bellici, lo Stato ha il dovere di proteggerli. Naturalmente, qualora si dimostrasse il loro ipotetico coinvolgimento in vicende illegali, l’Italia deve limitarsi a fornire le garanzie e l’assistenza prevista dal proprio ordinamento giuridico, rispettando al contempo la sovranità nazionale dei Paesi in cui sono contestate le accuse. Ma alimentare il sospetto che le autorità di governo si attivino convintamene solo in presenza di affinità politiche minerebbe il senso di comune appartenenza alla nazione.


Quanto a Emergency, obbligata a cedere il controllo della struttura di Laskar Gah alle autorità afghane, è chiaro ormai che la posta in gioco è la sua partenza almeno dall’Helmand, dove nelle prossime settimane la guerra è destinata a intensificarsi, se non addirittura dal «Paese dei Monti». Una soluzione gradita a molti ai piedi dell’Hindu Kush, al governatorato locale, ai servizi di Kabul e al governo di Karzai, che sta da tempo trattando con i settori Taliban non legati ai qaidisti in vista della futura partenza della coalizione dall’Afghanistan, probabilmente agli stessi comandi militari britannici e americani, che mal gradiscono presenze «terze» nell’area.

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