Imprese venete, tasse più che doppie rispetto alle big tech

L’analisi della Cgia: nel 2023 tax rate al 31,5% per le aziende del Veneto contro il 14,8% dei colossi mondiali del web

 

Tasse più che doppie per le imprese venete rispetto alle big tech
Tasse più che doppie per le imprese venete rispetto alle big tech

Le imprese venete pagano un’aliquota fiscale media più che doppia rispetto ai grandi colossi mondiali del web. A denunciarlo è la Cgia, che mette a confronto il carico fiscale delle aziende del territorio con quello delle prime 25 websoft internazionali.

Nel 2024, ultimo dato disponibile, i principali gruppi digitali presenti nel mondo hanno realizzato un utile ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando complessivamente 74,3 miliardi di tasse. Il risultato è un tax rate, cioè un’aliquota fiscale media, del 14,8%. Le imprese venete, invece, nel 2023 hanno prodotto una base imponibile/utile di 29,3 miliardi di euro, pagando 9,2 miliardi di imposte. In questo caso il tax rate sale al 31,5%, cioè 16,7 punti in più rispetto alla media dei giganti del web.

Una differenza che, secondo la Cgia, resta inaccettabile anche tenendo conto dei limiti metodologici della comparazione. «Nessun aspetto tecnico può oscurare la sostanza di quello che emerge», sottolinea l’associazione mestrina, puntando il dito contro anni di elusione fiscale e contro un sistema internazionale che permette alle grandi multinazionali di spostare i profitti nei Paesi a fiscalità più vantaggiosa.

Il meccanismo è noto: quando una multinazionale opera in più Paesi, può aumentare i costi delle controllate nei territori dove la tassazione è più alta, come Italia o Francia, riducendo così gli utili dichiarati. I profitti vengono poi concentrati nelle filiali collocate in Stati con regimi fiscali più favorevoli, come Olanda, Irlanda o Lussemburgo.

Il problema, rileva la Cgia, rischia di restare senza una risposta efficace a livello globale. Durante il G7 in Canada del giugno 2025, gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione fiscale per le proprie grandi aziende, mettendo in discussione la Global minimum tax, pensata per introdurre una tassazione minima uniforme sulle multinazionali. Anche l’ipotesi di una Digital service tax europea resta complessa, osteggiata dagli Stati Uniti con la minaccia di nuovi dazi sui prodotti europei. L’Italia, intanto, applica già una propria tassa sui servizi digitali, che vale circa 455 milioni di euro l’anno.

La questione non riguarda solo i colossi stranieri. Negli ultimi anni, ricorda la Cgia, anche diversi grandi gruppi italiani hanno trasferito all’estero la sede legale o fiscale, scegliendo spesso i Paesi Bassi. Operazioni legittime, ma con un effetto diretto: la base imponibile in Italia si riduce e il peso del fisco resta soprattutto sulle piccole e piccolissime imprese, che non hanno la possibilità di spostare sedi e profitti oltreconfine.

Il confronto, secondo l’Ufficio studi della Cgia, vale per tutte le regioni italiane: ovunque il tax rate delle imprese locali risulta nettamente superiore a quello delle grandi società digitali. La media nazionale è del 31,9%, contro il 14,8% delle big tech. Il divario più alto si registra nel Lazio, con 18,6 punti in più, seguito da Friuli Venezia Giulia e Liguria, entrambe a +18,1, Marche a +17,8 e Campania a +17,5. Il Veneto si colloca poco sotto, con un differenziale di 16,7 punti.

 

 

 

 

 

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