«La loro storia ha avuto inizio quando lei era quattordicenne»

Le dichiarazioni rese da Maran e Zanon. Ma la giovane ribatte: «Mai denunciato questa cosa» 

il retroscena



«La loro storia è iniziata quando lei aveva 14 anni, forse anche meno. Ed è proseguita fino ai suoi 26 anni». È un passaggio della ricostruzione resa in sede di indagini da Silvia Maran e Luca Zanon, un racconto che, di fatto, accende i riflettori su una vicenda intima e personale che risale ormai a 17 anni fa. Una vicenda che lei, la diretta interessata, non ha mai denunciato. E che quindi nasce e muore nell’alveo delle dinamiche private, taciute, accettate. Piero Longo, principe del foro, ex parlamentare, avvocato conosciuto in tutta Italia per aver difeso Silvio Berlusconi, viene sbalzato sulla scena con questa accusa infamante. Atti sessuali con una minorenne. «No, io non ho mai denunciato questa cosa» dice senza imbarazzo la trentunenne, di cui ora bisogna secretare il nome. L’esistenza di un fascicolo d’indagine fa di lei una presunta vittima di violenza e, come tale, va tutelata. La giovane, laureata in Giurisprudenza a Padova, tronca subito la conversazione e prega di rivolgersi all’avvocato che la segue, il penalista Pietro Someda.

Finora l’aspetto più evidente in tutta questa storia, emersa quasi per sbaglio con il fragore di due colpi di pistola, è questa sorta di narrazione a duplice frequenza. Maran e il fidanzato Zanon raccontano la vicenda con dovizia di particolari, svelando lati anche psicologici della trentunenne coinvolta, le sue sofferenze, la pena interiore per quell’uomo che ha 45 anni più di lei. «Per me è stato come un papà», ha detto qualche giorno dopo il fattaccio, prima di chiudersi nel silenzio sia con i cronisti che con i magistrati. E verrebbe da pensare a questo, a una specie di papà, quando emerge che lui è sempre stato presente nella sua vita e che le avrebbe pagato anche parte degli studi universitari.

Ma la serata trascorsa con la compagna di danza Silvia, prima di recarsi in riviera Tiso Da Camposampiero davanti a casa dell’avvocato, racconta un’altra storia e, soprattutto, un sentimento non proprio di tipo filiale. «Ha pianto davanti a me tre ore» ha raccontato Silvia Maran agli inquirenti. «Abbiamo deciso di accompagnarla perché eravamo stanchi di vederla soffrire». Davanti al magistrato che indaga descrivono quindi una donna in un profondo stato di sofferenza sentimentale, da quando lui aveva alzato un muro anche comunicativo.

«Non riusciva a stare senza, lui aveva tagliato i rapporti e lei invece lo voleva», spiegano durante le deposizioni.

Ecco che, in un certo senso, si spiega l’irruenza con cui proprio Maran e Zanon, persone per bene, suonano al campanello di Longo dicendo: “Sei un bastardo, è abuso di minore”, testimonianza resa da uno dei residenti del palazzo, che sente questa frase e poi la riferisce alla polizia. Gli aggressori dell’avvocato riferiscono alla polizia di aver parlato a lungo con la trentunenne di quel rapporto strano e inconoscibile.

Un rapporto nato nel 2002, per via delle famiglie che si frequentavano. Questo emerge, anche se da lei, dalla diretta interessata, mai una parola è stata riferita durante le indagini. I legali di Longo dicono che sono racconti diffamatori e che devono essere collocati nell’estremo tentativo dei due di giustificare la brutale aggressione. «Quelle di Niccolò Ghedini sono opinabili esternazioni rispetto a una vicenda il cui compiuto accertamento è di competenza dell’autorità giudiziaria» è invece la replica degli avvocati Cesare Cicorella e Claudia Bagattin, difensori di Luca Zanon e Silvia Maran. —

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova