Luca Tacchetto è a casa: «Avevano i kalashnikov siamo scappati di notte»

Il ragazzo di Vigonza di nuovo libero dopo essere stato 14 mesi nelle mani dei rapitori in Africa. Il suo racconto al pm Sergio Colaiocco della procura di Roma «Abbiamo dormito nel deserto». L’ipotesi: venduti da un impiegato dei visti

PADOVA. «Erano in sei, armati di kalshnikov. Ci hanno detto di essere un gruppo jihadista vicino ad Al Qaeda ma non ci hanno fatto del male». Il ritorno alla vita di Luca Tacchetto passa per un interrogatorio fiume condotto dal pubblico ministero Sergio Colaiocco e dagli investigatori del Ros dei carabinieri. Il trentunenne architetto di Vigonza, al suo rientro in Italia, ha ripercorso con lucidità e dovizia di particolari l’anno e mezzo di prigionia vissuto nel cuore dell’Africa, insieme alla fidanzata canadese Edith Blais. «Siamo stati fermati poco lontano del Parco nazionale “W”, che si trova tra Niger, Burkina Faso e Benin. Ci hanno bloccato sulla statale 18, erano sei Mujaheddin» ha raccontato Tacchetto ieri mattina in procura a Roma. «Abbiamo camminato per tre settimane, alternando tratti in auto e moto».

Italian Luca Tacchetto (C) and Canadian Edith Blais (C/R) are greeted by officials as they arrive at the airport in Bamako on March 14, 2020, after their release by UN peacekeepers. - A Canadian woman and her Italian partner kidnapped in Burkina Faso in 2018 have been found alive in the northwest of Mali by UN peacekeepers, diplomatic and UN sources said on March 14. "UN blue helmets found an Italian citizen and a Canadian citizen near Kidal, who had been taken hostage in Burkina territory in 2018," a security official from the UN mission in Mali, MINUSMA, told AFP. (Photo by MICHELE CATTANI / AFP)
Italian Luca Tacchetto (C) and Canadian Edith Blais (C/R) are greeted by officials as they arrive at the airport in Bamako on March 14, 2020, after their release by UN peacekeepers. - A Canadian woman and her Italian partner kidnapped in Burkina Faso in 2018 have been found alive in the northwest of Mali by UN peacekeepers, diplomatic and UN sources said on March 14. "UN blue helmets found an Italian citizen and a Canadian citizen near Kidal, who had been taken hostage in Burkina territory in 2018," a security official from the UN mission in Mali, MINUSMA, told AFP. (Photo by MICHELE CATTANI / AFP)


Il sequestro

Al momento del sequestro dunque Luca e Edith si trovavano nelle vicinanze del parco naturale, a bordo della Renault Scenic che avrebbero dovuto vendere prima di raggiungere il Togo, dove erano attesi dai responsabili della onlus Zion’Gaia con cui condividevano il progetto di realizzare un nuovo villaggio.

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Dunque il 15 dicembre 2018, dopo qualche giorno trascorso a Bobo-Dioulasso in Burkina, i due vengono rapiti dal commando di predoni armati fino ai denti. «Verso gennaio abbiamo raggiunto l’area desertica del Mali, dove siamo rimasti per tutto il tempo del sequestro» continua Tacchetto. «Ogni due lune ci spostavamo ma restando sempre nella stessa area».

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La strategia

Il gruppo si spostava più o meno ogni 20 giorni, proprio per rendere difficoltose eventuali ricerche. Una strategia che avevano intuito anche i funzionari dei servizi segreti italiani. «Dormivamo all’aperto, sulla sabbia. Per un anno e mezzo abbiamo vissuto così», ha raccontato il giovane architetto, che ha compiuto i suoi 31 lontano dalla famiglia e sotto la vigilanza dei sequestratori. «Mangiavamo tutti i giorni, anche se poco. Per come ci hanno trattato credo fosse un gruppo esperto, abituato a gestire situazioni del genere. Per un periodo io e la mia fidanzata siamo stati divisi, quando lei ha cominciato a stare male ci hanno riuniti».

Nunzio Tacchetto
Nunzio Tacchetto


Problemi in Italia

«Qualche giorno fa ci avevano detto che in Italia qualcosa non andava, senza parlare espressamente dell’epidemia di coronavirus», ha riferito Luca Tacchetto al magistrato. I punti da chiarire sono ancora molti. La macchina è sparita, probabilmente bruciata poco dopo il sequestro. I telefonini di entrambi sono stati spenti e buttati. Impossibile ogni comunicazione. «Rispetto ad altri sequestri, con le vittime costrette a vivere al chiuso e in spazi angusti, in questo caso è andata un po’ meglio», confida un investigatore al mattino di Padova.

La casa dei Tacchetto a Vigonza
La casa dei Tacchetto a Vigonza


La fuga

Luca e Edith venivano tenuti a piedi scalzi per impedire loro di allontanarsi ma la sera tra giovedì e venerdì entrambi hanno intravisto uno spiraglio. O almeno questa è la versione resa dai funzionari dell’Onu, ribattuta dalle agenzie di tutto il mondo dopo un primo lancio sul sito del New York Times.

Luca Tacchetto la racconta così: «La sera del 12 marzo abbiamo notato che il gruppo dei nostri carcerieri si era allontanato da noi per dormire e ne abbiamo approfittato per scappare. Ci siamo fabbricati delle scarpe con gli stracci di alcuni indumenti e abbiamo camminato tutta la notte. Una volta raggiunta una strada e abbiamo continuato a camminare per ore. Fino a quando siamo riusciti a fermare un camion che ci ha portati a una base militare».

Ma il fatto che ci sia stata una trattativa e che Italia e Canada abbiano pagato un riscatto è molto più di una semplice ipotesi. Forse un canale di trattativa era stato aperto fin dal primo momento. Del resto, una parziale conferma giunge dal Canada a ottobre dell’anno scorso, quando il ministro degli Esteri Chrystia Freeland, ribadisce con pochi dubbi che i due ragazzi sono vivi: «Ci sono cose che sappiamo ma non possiamo condividere perché non vogliamo mettere in pericolo Edith». La procura di Roma, competente per i reati ai danni dei cittadini italiani all'estero, non ha mai smentito la pista del sequestro. E neppure la Farnesina. Completano il quadro le dichiarazioni nella primavera scorsa del portavoce del governo burkinabé, Remis Dandjinou: «Siamo certi che non sono in pericolo di vita». Insomma, quella del riscatto pagato dai due stati è molto più di una ipotesi. E anche il momento in cui giunge la liberazione, e quindi la notizia, ha un suo senso: proprio nel momento in cui l’epidemia di coronavirus colpisce duro sia in Italia che in Canada, alimentando paure e ansie della popolazione.

Le indagini

Dal punto di vista delle indagini gli uomini del Ros seguono una pista ben precisa. Decisivi, secondo loro, sono stati i giorni in cui i due turisti hanno fatto la spola tra un ufficio e l’altro per ottenere il rinnovo del visto per rimanere in Mali. Rinnovo che era stato bocciato, poco prima del rapimento. Luca e Edith potrebbero essere stati traditi da qualche impiegato dell’ufficio visti, o dal gestore di una pompa di benzina. Del resto, non si vedono molti occidentali in giro da quelle parti. Due giovani così, in macchina, di certo non sono passati inosservati: venduti ai gruppi di predoni che dominano il deserto del Sahel, condannati a vivere e dormire tra rocce e dune per quindici lunghi mesi. —


 

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