Preziosa racconta i legami con la Mantovani

VENEZIA. Il vicequestore ha parlato e risposto alle domande che il giudice di Verona, dove il bolognese Giovanni Preziosa è rinchiuso, gli ha posto per rogatoria, per conto del magistrato di Venezia che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Tutti si aspettavano che tacesse, che prima di raccontare ciò che sa desse almeno il tempo al suo difensore, lo stesso dell’imprenditore pure lui di Bologna Manuele Marazzi, l’avvocato Caterina Caterino, di leggersi le carte dell’accusa, come del resto ha fatto due giorni fa Marazzi. Invece, ha parlato e a lungo e, a questo punto, probabilmente nei prossimi giorni chiederà un colloquio con il pubblico ministero Stefano Ancilotto, l’unico al quale interessa davvero sapere che cosa ha da dire il poliziotto al servizio della «Mantovani» di Piergiorgio Baita, a servizio con un vero e proprio tariffario: prezzi diversi in base alle prestazioni richieste. È accusato di corruzione, di rivelazione di segreti d’ufficio, di accesso abusivo al sistema informatico del ministero degli Interni e di peculato. Se vuota il sacco di cose da raccontare ne ha davvero Preziosa e non solo per quanto riguarda la Mantovani.
Non è un semplice poliziotto, uno dei tanti, ha una storia alle spalle. All’epoca della Uno Bianca, la banda composta tutta da poliziotti sanguinari, era alla Squadra Mobile, a capo dell’Ufficio omicidi, quello che l’allora vicecapo della Polizia Achille Serra definì «il peggiore d’Italia» perché furono decine gli omicidi della banda che gli investigatori di Preziosa avevano negli uffici accanto senza accorgersi di nulla. Poi è stato dal 1999 al 2000 assessore alla Sicurezza dell’unico sindaco di centrodestra del capoluogo emiliano, Giorgio Guazzaloca, ma anche lui lo cacciò dalla giunta quando si accorse che aveva costituito una società privata nel settore della sicurezza, forse la stessa nella quale ancor oggi era in affari con Marazzi, ma questa volta senza apparire ufficialmente, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare si spiega che le azioni sono intestate alla giovane figlia. E sempre negli anni della politica aveva tentato anche la strada del Parlamento europeo nelle fila di Alleanza nazionale, senza però sfondare. Allora era rientrato nella Polizia ed ora era a capo del Commissariato di Santa Viola.
A Baita il vicequestore era arrivato con due passaggi: era stato il suo «socio» Marazzi a presentarlo a Voltazza, che per la «Mantovani» si occupava dell’intelligence, così almeno loro la chiamavano. Insomma, da un lato della raccolta delle informazioni grazie a pubblici ufficiali disponibili ad essere corrotti, come appunto Preziosa, dall’altro ad ostacolare in qualsiasi modo l’attività d’indagine della magistratura, a partire dalla bonifica da possibili microspie piazzate in uffici, appartamenti e auto usate da Baita e dai suoi collaboratori. Un’attività che ha permesso all’ingegnere di sapere in anticipo quali mosse stavano facendo la Procura e i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria. Mosse di cui, presumibilmente, Baita aveva messo al corrente anche i vertici del Consorzio Venezia Nuova, in particolare l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, poi anche lui finito in manette.
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