Borraccetti: «Calogero, uomo d’integrità e dedizione senza compromessi»
Il magistrato ricorda il collega morto all’età di 86 anni: «Rispetto il suo lavoro pur non condividendo alcune tesi. Quando arrivò a Padova già lo precedeva la fama per le inchieste su Piazza Fontana»

«Pietro Calogero (morto lunedì 6 aprile all’età di 86 anni) è stato un magistrato che ha dato tutto se stesso, forse anche qualcosa in più. Era completamente coinvolto nel lavoro che faceva, con una dedizione totale che pochi magistrati possono vantare».
L’ex magistrato Vittorio Borraccetti ricorda il procuratore con il quale ha lavorato anche fianco a fianco.
Qual è secondo lei l’eredità più importante che lascia alla magistratura?
«Direi più una testimonianza che un’eredità concreta. Ha mostrato cosa significhi svolgere la funzione giudiziaria con integrità morale e consapevolezza del ruolo, sempre tenendo presenti gli interessi generali della collettività».
Quando ha conosciuto Pietro Calogero?
«L’ho conosciuto a metà degli anni ’70, quando arrivò a Padova come sostituto procuratore della Repubblica. Già lo precedeva la fama per il lavoro sulla strage di Piazza Fontana, dove aveva smascherato le false piste iniziali che puntavano agli anarchici, rivelando invece la matrice eversiva di destra».
C’è qualcosa del suo modo di lavorare che oggi si è perso?
«Calogero ha lavorato sia nel vecchio sistema inquisitorio sia nel sistema accusatorio dopo il 1988. Il suo metodo era totale coinvolgimento: era immerso nelle indagini, dedito fino in fondo, sempre attento a ogni dettaglio».
Durante l’inchiesta del 7 Aprile ci sono state posizioni interpretative particolari da parte di Calogero. Lei le ha condivise?
«In alcune fasi dell’inchiesta, Calogero sosteneva che Autonomia Operaia e le Brigate Rosse fossero un unico soggetto. Io personalmente non ho condiviso quella impostazione. Pur rispettando profondamente il suo lavoro e la sua dedizione, ritenevo che questa lettura fosse discutibile. Detto ciò, ho sempre avuto massimo rispetto per le sue valutazioni professionali: la parola finale spetta ai giudici e alle sentenze, e lui lo sapeva benissimo. È importante sottolineare che questo non toglie nulla alla grandezza del suo impegno e alla serietà con cui affrontava ogni indagine».
Ha conosciuto Calogero anche fuori dall’attività professionale?
«Non avevamo un rapporto di amicizia stretto, ma sì, lo conoscevo anche in contesti più personali. Era una persona attenta alle implicazioni sociali della magistratura e partecipava al dibattito sull’impegno dei magistrati nella società. Questo ha creato un terreno di stima e rispetto reciproco che era quasi un legame personale, pur se limitato alle riflessioni professionali e civili».
Vi eravate visti di recente?
«Mi dispiace molto non averlo incontrato negli ultimi anni. Rimane il ricordo di una personalità forte e umanamente sensibile, una persona di grande umanità che ha messo la propria vita al servizio della giustizia». —
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