Ghetto e piazze, cuore di Padova: i tanti nomi portati dalla storia
La stratificazione toponomastica restituisce il passare dei secoli in centro. Le denominazioni dei mestieri: legne, morsari, biade, hortolani, peronio. Poi i personaggi: Cavour, Garibaldi, Pio IX e persino la moglie del viceré

l nostro viaggio per le vecchie strade di Padova ci porta nell’odierna piazza Cavour, la quale ha questo nome dal 1888. Prima, si chiamava piazza delle Legne, perché era il luogo dove appunto si commerciava il legname. A cavallo tra Ottocento e Novecento vi aveva sede il più elegante albergo della città, il Savoia-Croce d’Oro, base di riferimento dei vip dell’epoca, che ha chiuso i battenti nel 1920.

Da qui, si passava alla vicina piazza della Paglia e poi dei Noli, oggi piazza Garibaldi (intitolata al generale dopo la sua visita a Padova del 6 marzo 1867), attraverso la via dei Morsari, così chiamata perché sede di artigiani che producevano morsi e finimenti per i cavalli. A sua volta la piazza ospitava un hotel doc, il Fanti-Stella d’Oro, rimasto in funzione fino agli anni ’20 del Novecento.
Le attività in ghetto
Una puntata va riservata all’antico ghetto ebraico, nel cuore della zona delle piazze; istituito agli inizi del Seicento, è stato il più importante dell’intero Veneto dopo quello di Venezia. Un’area piccolissima nell’estensione geografica, proprio come quello veneziano, ma con un grande fervore di attività.
Nell’epoca della massima vitalità ospitava tre sinagoghe: una di rito tedesco nell’odierna via delle Piazze, istituita nel 1525 (incendiata dai fascisti nel 1943 e restaurata nel 1998, e dove oggi ha sede il Museo della Padova ebraica); le altre due a pochi passi, nell’attuale via San Martino e Solferino, una di rito italiano aperta nel 1548 e l’altra spagnolo attiva dal 1617, che si fronteggiano sui due opposti lati della strada. Nel piccolo quartiere funzionavano ben 64 negozi e vi abitavano un migliaio di persone.
Le piazze “sorelle”
E veniamo al nucleo centralissimo della città: dove da secoli opera uno dei primi centri commerciali della storia. Le due piazze intorno al palazzo della Ragione, delle Erbe e della Frutta, hanno visto passare intere generazioni di padovani; e a metà dell’Ottocento sono state pure oggetto di una poesia dedicata loro da un anonimo cittadino, come omaggio all’allora podestà Giambattista Valvasori (che aveva disposto lavori per migliorarne l’aspetto), in occasione delle nozze del figlio: «Semo certo do sorèle / se no semo anca zemèle… Semo forse, chi lo sa? / nate insieme da un portà / in quel dì che i fondamenti / del Salon xè sta cavà».
Ancor oggi che hanno pagato dazio alla globalizzazione, diventando multietniche, le due piazze assieme alle botteghe sotto il Palazzo rappresentano il punto di ritrovo per eccellenza dei padovani, salotto popolano per il piacere di stare assieme. Memorabile, tempo fa, la battuta di un bottegaio “indigeno” all’amico che gli chiedeva come mai stesse comprando tanta carne, visto che a casa erano solo in due, lui e la moglie: «Finché la mastega, la tase».
Nei secoli, hanno cambiato più volte nome: degli Hortolani, delle Biade, della Giustizia, del Vino una; l’altra, del Peronio perché un tempo vicino all’omonima colonna si vendevano calzature in cuoio chiamate in latino “perones”; ma anche, sia pure per soli quattro anni dal 1809, piazza Eugenia in onore della moglie del viceré del Regno d’Italia Eugenio di Beauharnais: tornati gli austriaci, riprese il vecchio nome.
Le due piazze e il sotto Salone oggi rimangono comunque vitali, ma in passato lo erano ancor di più: oltre a frutta e verdura, vi si vendevano panni, stoffe, pelliccerie, guanti, cinture, articoli di seta, carni, olio, formaggi, pesce, uccelli e selvaggina, coltelli, ferramenta, e un’autentica specialità locale: il rinomato pan padovan prodotto dai forni del Comune.
C’era perfino una bisca pubblica, dove si giocava ai dadi. Ai piedi di una delle scale che conducono al piano superiore del palazzo, quella “degli osèi”, c’era un banco di cambio. Non era però una convivenza facile, tra gli inquilini delle due piazze: tra fruttaroli, ortolani, casolini e compagnia varia, scoppiarono svariate liti e contese, per sedare le quali dovettero intervenire le autorità cittadine, con tanto di multe e decreti.
El Canton dee busìe
Altra curiosità: sotto l’arcata del Salone verso piazza della Frutta si trova “el Canton dee busìe”: così chiamato perché, come spiega un documento del Seicento, era il luogo «delle favole e racconti otiosi che si proferiscono da molti, che per lo più quivi si ragunano massime nelle Feste a confabulare».
Secondo un’altra interpretazione, il nome deriva dal fatto che qui i commercianti disonesti che facevano la tara sulla merce venduta potevano essere smascherati confrontando i loro prodotti con le misure-tipo padovane scolpite nella parete, il “brazzolaro”.

Piazza dei Signori
Il capitolo piazze va completato con quella dei Signori, anch’essa peraltro dotata di una pluralità di denominazioni. In antichità, il popolo la conosceva come piazza della Desolazione, per via della presenza di ruderi di palazzi demoliti nella lotta tra le diverse fazioni cittadine. Un’etichetta che virò poi di 180 gradi, diventando “dei Trionfi” perché ogni volta che il Comune riportava un successo militare o che ospitava eventi nuziali di alto bordo, era sede di splendide feste.
Diventò prima del Signore, poi dei Signori o della Signoria nel Trecento con l’avvento dei Carraresi; nome che conservò quando Padova agli inizi del Quattrocento passò sotto Venezia: ospitò tra l’altro la fastosa cerimonia della dedizione della città alla Serenissima, presente il doge in persona, Michele Steno.
Con l’arrivo dei francesi, dopo la caduta della Repubblica, divenne per breve tempo piazza della Libertà; fu intitolata per poche settimane a papa Pio IX durante i moti del 1848; dopo la nascita del Regno nel 1868 si chiamò “dell’Unità d’Italia”; infine, nel 1934, riprese il nome originario.
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