Le prime vetrine commerciali nel cuore pulsante della città

Nel Duecento, attorno al neonato Palazzo della Ragione, su entrambi i lati, si estendeva un’area popolata da un variopinto mondo di artigiani e bottegai. Tra scambi, socialità e punizioni severe, prendevano forma i primi mercati

Francesco JoriFrancesco Jori
Commercio a Padova, foto storica
Commercio a Padova, foto storica

È uno dei centri commerciali ante-litteram più antichi della storia: il sistema di mercati delle piazze centrali di Padova è in funzione addirittura da un millennio. A dargli vita nel Duecento è la classe dirigente di una città dinamica, che dopo i secoli bui delle invasioni barbariche sta recuperando una vitalità istituzionale, economica e sociale straordinaria.

Artigiani e bottegai

Attorno al neonato Palazzo della Ragione, su entrambi i suoi lati, si estende un’area popolata da un variopinto mondo di artigiani e bottegai, che con poche varianti caratterizzerà per secoli il tipico mondo delle piazze: frutta, verdure, salumi, formaggi, animali vivi e morti animano un mercato cittadino in cui tra la gente comune si mescolano prestatori di denaro, mediatori e affaristi di ogni genere.

Foto storica
Foto storica

Perno dei due contesti è il Salone: che allora come oggi accoglie botteghe al coperto di ogni genere. A ridosso, sorgono importanti edifici pubblici: il palazzo del Podestà, quello del Consiglio, quello degli Anziani. È un luogo di incontro della comunità, dove si fanno affari ma pure pettegolezzi.

Le punizioni

Non c’è spazio per furbi & furbetti. Per chi non rispetta le regole del commercio, sono previste severe punizioni.

A partire da quella “pietra del vituperio” che tuttora si può vedere nel Palazzo della Ragione: si tratta di un blocco di porfido nero su una base quadrata con tre gradini, dove il commerciante fallito e non più in grado di saldare i debiti deve sedersi per tre volte in mutande (da cui il celebre detto “restare in braghe di tela”), pronunciando la frase “cedo bonis”, come dire rinuncio ai miei beni, prima di venire espulso dalla città: non potrà rientrarvi se non dopo aver raggiunto un accordo con i creditori.

Il centro storico oggi
Il centro storico oggi

Tra le due piazze, ancor oggi si può visitare il “Canton de le busìe”: dove chi fa un uso scorretto delle unità di misura ufficiali cercando di frodare il cliente viene legato con delle corde all’arco, e le sue proprietà vengono messe all’asta. Ingegnoso il metodo per verificare il rispetto delle regole: lo si può toccare con mano anche adesso, sotto il Volto della Corda, dove nel 1277 le autorità comunali fanno incidere le unità di misura ufficiale relative alle merci poste in vendita: dal “copo” impiegato per la farina allo “staro” in uso per le granaglie, dal “quarèlo” per i mattoni al “brazzolàro” per le stoffe.

È un sistema che si mantiene sostanzialmente immutato nei secoli, di fatto fino ad oggi anche se le dinamiche sociali hanno radicalmente trasformato il volto delle piazze.

Luogo di socialità

In particolare durante il lungo dominio della Serenissima, durato dal 1405 fino al termine del Settecento, il triangolo composto da piazza delle Frutta, delle Erbe e dei Signori è il cuore della vita cittadina, dove si vendono non solo frutta e verdure, ma anche carni, granaglie, stoffe, utensili, prodotti dell’artigianato; e pure luogo di socialità, dove si tengono incontri di ogni genere e si svolgono serrate contrattazioni.

Un ruolo centrale è esercitato dalle varie corporazioni, anticipazione delle odierne associazioni di categoria: macellai, ortolani, pescivendoli, speziali. Le autorità esercitano severi controlli sanitari specie su carni, pesci e farine. A svolgerli sono una serie di figure specifiche: ufficiali alle biade e ai mercati, provveditori ai beni comunali, deputati alle strade e alle piazze. E ci sono pure dei “giudici del maleficio” che si occupano di furti e di risse, garantendo l’ordine pubblico.

Una presenza singolare nella piazza delle Frutta è la colonna del Peronio: così chiamata perché vicino ad essa si vendevano zoccoli e stivaletti, in latino “perones”. È sormontata da un capitello ai cui angoli sono raffigurati una zucca, una palma, un melo cotogno, un albero di pere. Sopra il capitello c’è un parallelepipedo in pietra d’Istria, nel quale è raffigurato lo stemma della città di Padova, uno scudo con croce e San Prosdocimo, primo vescovo della città. Nella piazza, il giorno del “zobia masa” , cioè il primo giovedì di maggio, la Fraglia degli “strazzaroli” (rigattieri e commercianti di roba usata) dava spettacolo con l’albero della cuccagna: il premio consisteva in una borsa e dei guanti, per questo era chiamata “Festa della Borsa” .

L’orologio

Passando in piazza dei Signori, è d’obbligo fermarsi ad ammirare l’orologio sulla torre dei Carraresi: primo esemplare del suo genere in Europa, che risale al Trecento. Reca la firma di Jacopo Dondi, originario di Chioggia, medico e astronomo, docente nell’ateneo patavino.

Installato nel 1344, viene distrutto nel 1390 da incendi e vicende belliche, ed è poi ricostruito sul modello originale da Matteo Novello, Giovanni e Gianpietro Delle Caldiere nel 1437, quando Padova è passata sotto la Serenissima. Oltre a segnare l’ora, il complesso meccanismo dell’orologio indica il giorno del mese, la fase lunare e il percorso del sole attraverso i segni zodiacali. Ognuno dei dodici segni è rappresentato da un rilievo scolpito, posto intorno all’anello esterno.

La sfera centrale, con le sue elaborate lancette d’oro e le indicazioni celesti, riflette la vita intellettuale della città dell’epoca, e il suo profondo legame con le scienze dell’astronomia e dell’astrologia. Da notare che manca lo stemma di Venezia: viene scalpellato nel 1797, alla caduta della Serenissima, per iniziativa dei giacobini padovani. Fino ad allora, la piazza è stata l’epicentro del potere politico cittadino, con il palazzo del Capitanio e appunto la torre dell’Orologio: qui vengono accolti principi, ambasciatori, dogi, dopo un percorso iniziato con l’ingresso da porta Altinate.

 

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