Nuovo ospedale di Padova, vent’anni per i cantieri: ecco cosa ci insegna la storia

Mentre il nuovo ospedale di Padova attende ancora otto anni per entrare in funzione, la storia ci racconta come la città costruì due strutture d'avanguardia in tempi molto più rapidi

Francesco JoriFrancesco Jori
Una mappa dell'ospedale Giustinianeo
Una mappa dell'ospedale Giustinianeo

Ci sono voluti più di vent’anni per dare via libera ai cantieri, prima di trovare l’accordo; e ce ne vorranno almeno altri otto prima di vederlo entrare in funzione. Cammino decisamente tormentato, quello del nuovo ospedale di Padova; che richiama, per contrasto, due autorevoli precedenti: nei secoli passati, la città è riuscita a darsi due strutture modernissime per l’epoca, in tempi relativamente più stretti considerando i mezzi, le tecnologie, le risorse.

La prima risale agli inizi del Quattrocento, ed è il complesso intitolato a San Francesco: dove oggi sorge lo stimolante Musme (Museo di storia della medicina). Prima di allora, in una Padova che contava 40mila abitanti, di strutture di ricovero ce n’erano addirittura una decina, intitolate a una teoria di santi: Daniele, Giacomo, Gregorio, Orsola, Violino, Michele, Maria, Leonino, una pure alla Santissima Trinità.

Tutti piccoli centri, compresi tra i dieci e i venti posti-letto, ma in realtà più ospizi che ospedali: luoghi attrezzati per accogliere i malati terminali, la gente misera, i pellegrini. Il salto di qualità si verifica nel primo scorcio del XV secolo, grazie a una coppia decisamente fuori del comune: lui è Baldo de’Bonafari, all’epoca cinquantenne, facoltoso e autorevole consigliere di Francesco Novello da Carrara, signore di Padova; la moglie è Sibilia de’Cetto, di famiglia agiata, vedova di Bonaccorso Naseri.

Sono loro a dar vita all’idea di costruire in un’ampia area di loro proprietà, in contrada Pontecorvo, compresa tra le attuali vie San Francesco, del Santo e Galileo, un complesso in cui ricavare una chiesa, un convento e un ospedale, affidandone la gestione ai frati minori francescani, già presenti da un paio di secoli in città ma alloggiati in sedi precarie.

Quel che conta è il criterio cui si ispira il cantiere, decisamente rivoluzionario per l’epoca: al vecchio ospizio, parcheggio in attesa della morte, si sostituisce una nuova struttura pensata non solo per accogliere ma anche e soprattutto per curare. È in buona sostanza l’antico concetto di Ippocrate, e del giuramento a lui intitolato che esorta a mettere al centro il malato non la malattia.

Per realizzarlo, alla presenza operativa dei frati si accompagna la fondamentale integrazione con l’università, già operante da due secoli, e che ha proprio nella facoltà di Medicina uno dei suoi “must”: sono i suoi docenti a portare gli studenti fuori dall’aula, per fare pratica al letto del malato.

I tempi di realizzazione sono decisamente esemplari. La posa della prima pietra avviene il 25 ottobre 1414, neanche due anni dopo si aprono i cantieri. Baldo muore nel 1418, e Sibilia ne raccoglie in pieno l’eredità: in punto di morte, nel dicembre 1421, nomina i suoi esecutori testamentari e affida al collegio dei Giuristi di Padova l’amministrazione dell’ospedale.

Il complesso entra rapidamente in funzione, e risulta pienamente attivo negli anni Quaranta del secolo. Si tratta di una struttura molto estesa, composta da più edifici a due piani, con diverse corti interne, e articolata in due reparti, uno femminile e uno maschile. Funziona egregiamente per quasi quattro secoli; ma a un certo punto si manifestano nuove esigenze sanitarie in seguito ai progressi della medicina, mentre si va rinsaldando il legame tra pratica clinica e didattica accademica.

Sorge così l’esigenza di dare vita a un nuovo e moderno ospedale. A raccoglierla e attuarla è un personaggio di primissimo piano: Nicolò Antonio Giustiniani, benedettino veneziano, dal 1772 vescovo di Padova. L’area viene individuata in quella fino a poco tempo occupata dal Collegio dei Gesuiti, spediti in esilio dalla Serenissima: dove oggi sorge la parte vecchia dell’ospedale, non a caso chiamata “giustinianea”.

L’incarico di curarne i lavori viene affidato a un sacerdote e architetto vicentino di grande prestigio, Domenico Cerato (che tra l’altro firmerà anche la realizzazione della Specola). Nasce così il primo ospedale pubblico della storia: la prima pietra viene posta il 20 dicembre 1778; l’inaugurazione si verifica meno di vent’anni dopo, il 29 marzo 1798. I fedeli rispondono con esemplare slancio alle sollecitazioni del vescovo, offrendo i propri risparmi; monsignor Giustiniani ci mette del suo, arrivando a vendere l’argenteria di famiglia, e perfino inventandosi una lotteria per incrementare i finanziamenti.

È una realtà che cresce rapidamente: già a metà Ottocento il Giustinianeo è in grado di accogliere 500 pazienti; i poveri della città e delle aree limitrofe possono contare sul ricovero e il trattamento gratuiti, mentre agli altri viene chiesta una cifra di 33 lire al giorno. C’è un saldo intreccio tra realtà ospedaliera e mondo universitario: cura, didattica e ricerca sono strettamente collegate tra loro.

Subito dopo l’annessione del Veneto all’Italia si pone mano a lavori di ristrutturazione dei reparti. Ma all’inizio del Novecento cominciano a evidenziarsi i primi limiti, causa la crescita rapida dei servizi; e si manifestano le esigenze di un significativo ampliamento. Le due guerre mondiali della prima metà del secolo bloccano i progetti; che ripartono negli anni Cinquanta, con la realizzazione degli odierni monoblocco, policlinico e cliniche universitarie. Oggi di nuovo superati dai tempi.

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