Racconti e memorie nascoste nel cuore della città più antica
Dalla piazza dei Porci alla Scavezzà, da via Poetica fino alla Gigantessa. Ogni insegna e ogni nome conserva un’impronta del tempo passato. Mestieri, famiglie, mercati, conventi e personaggi riaffiorano tra le strade

L’esplorazione delle strade del cuore del centro storico si conclude in piazza Capitaniato, così chiamata perché vi sorgeva il palazzo del Capitanio, vale a dire il reggente cui la Serenissima affidava la responsabilità della città dopo la sua conquista nel 1405.
Nel suo piccolo, è stato per secoli un vero e proprio centro di servizi per le cose di uso comune: qui infatti operavano arrotini, impagliatori di sedie e altre figure, inclusi i venditori di abiti usati. E siccome i panni falà, vale a dire con dei difetti, venduti a un prezzo più basso, erano chiamati scavezzaùre, quel luogo venne chiamato la scavezzà.
Il cuore nobile
A un tiro di schioppo si trova una delle poche strade che nel tempo abbia mantenuto la sua vecchia etichetta: da ben un millennio via Tadi tramanda ai posteri il nome di una delle più antiche famiglie padovane, già nota poco dopo il fatidico anno Mille; alcuni dei cui esponenti hanno ricoperto ruoli di primo piano nella vita pubblica cittadina.
Abitavano in un palazzo definito da un cronista medievale «assai confortevole et grandioso», all’angolo con via Concariola: così chiamata perché in passato vi scorreva un piccolo corso d’acqua, che si allargava in una modesta conca. In una casa di questa strada, non identificata, intorno alla metà dell’Ottocento c’era un piccolo teatro peraltro con un cartellone comprendente importanti compagnie filodrammatiche dell’epoca.
La piazza dei maiali
Siamo nella zona del Duomo: a proposito del quale c’è da segnalare che in tempi remoti l’attuale sagrato aveva il curioso nome di piazza dei Porci, perché nel Trecento ospitava regolarmente un mercato dei maiali; lo spazio venne poi donato da Francesco Novello da Carrara al figlio Stefano, vescovo di Padova.
Nel primo scorcio del Novecento, qui c’era il capolinea del servizio di tram per Abano e i Colli. Lì accanto troviamo via Bonporti, che porta questo nome solo dal 1952; in precedenza, era conosciuta come Borgo Tedesco, perché vi abitava un gruppo di studenti tedeschi dell’università.
Diventata nel Settecento via Todesco, nel 1847 fu ribattezzata dalla polizia austriaca via Tedesca; ma la mattina in cui avrebbe dovuto avvenire il cambio di targa, si trovò appeso un cartello con la scritta: «Via i tedeschi». Scoppiò un putiferio, e venne dato ordine di distruggere la clandestina ed apocrifa tabella; ma al suo posto non venne più affisso nulla.
Finché si optò prima per via Seminario Vecchio, quindi Bonporti: nome di un illustre musicista trentino che nella seconda metà del Settecento aveva trascorso i suoi ultimi anni di vita a Padova, ospite dell’amico don Francesco Friso, parroco di San Giorgio.
La congregazione
Sempre in quest’area c’è l’odierna via Seminario Vecchio, in precedenza via Santa Rosa, perché nell’ultimo scorcio del Seicento vi aveva sede, come riferiscono le cronache dell’epoca, «una riunione di vergini laiche» che vestivano l’abito di Santa Rosa, ed erano poste sotto la giurisdizione ecclesiastica del Duomo; all’interno c’era un oratorio per le funzioni religiose.
Le ragazze dormivano in due o tre per camera, dipendevano da una superiora alla quale versavano un contributo sull’affitto, e per assentarsi dovevano chiederle il permesso.
Ma nel 1697 scoppiò uno scandalo in una congregazione analoga alla loro, quella delle Chiettine, per cui il Senato Veneto tagliò la testa al toro sopprimendo tutte le realtà analoghe, inclusa la loro. Sull’opposto versante rispetto alle piazze, un percorso specifico riguarda via Santa Lucia, cuore di un vecchio quartiere devastato nel primo dopoguerra del Novecento; in passato portava il suggestivo nome di via Poetica perché vi abitavano fini estensori di versi, e avevano sede alcuni cenacoli letterari.
Era il fiore all’occhiello del centro storico di Padova, peraltro con un’appendice per nulla esemplare: nell’area figurava una stradina chiamata dal popolo via del Pianto, perché venivano a sfogare in lacrime le loro tristezze le persone afflitte da dolori e preoccupazioni.
Nella chiesa che sorge in via Santa Lucia, tra le più antiche della città, usava riunirsi d’abitudine la fraglia dei frutaroli, davanti all’immagine del loro protettore San Biagio. Una laterale da non perdere è la piccola ma suggestiva via Belle Parti, così chiamata a quanto pare perché nel Seicento sulle pareti di alcune case erano dipinte donne succintamente vestite.
La Gigantessa
A poca distanza, oltrepassata piazza Insurrezione, si trova via Calatafimi, un tempo contrassegnata da un nome decisamente singolare, via della Gigantessa, per via della presenza (ora cancellata dal tempo) di un’enorme figura di donna costruita in mattoni, nel cortile di un palazzo di proprietà della nobile famiglia aristocratica dei Dotto, conosciuti anche come Dauli perché originari del paese di Daulum, l’odierna Dolo.
Nei paraggi c’era anche una rinomata osteria famosa per i lessi e gli arrosti. Nelle vicinanze, via Borromeo prende la denominazione dal fatto che vi abitava un’illustre famiglia padovana di radici milanesi (nel cui albo d’oro figura tra l’altro san Carlo Borromeo), arrivata in città nel 1467; in realtà un ritorno a casa, visto che derivava dai Vitaliani, importante dinastia patavina del Duecento poi traslocata nel capoluogo lombardo. Sempre nella strada si trovava fino agli inizi degli anni Sessanta del Novecento il centro di imbottigliamento della birra Itala Pilsen, inaugurato nel 1919 (in piazza Insurrezione funzionava la birreria aperta al pubblico).
Le meretrici
Da citare infine via Davila, che porta questo nome dal 1900; in precedenza era nota con un’etichetta decisamente poco lusinghiera, via della Fica Stretta: così chiamata, spiega un documento dell’epoca, «per gli atti di sozze meretrici, e per haver l’entrata stretta».
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova



