«È un caso limite, ma questo sport va curato»

Per Marzio Innocenti, presidente del Civ, c’è una pericolosa deriva violenta

PADOVA. «Ok. Questo è un caso limite. Ma non bisogna sottovalutare che esiste una deriva violenta anche nel rugby. Dovuta soprattutto al fatto che questo sport grazie al successo della Nazionale sta diventando popolare». Marzio Innocenti, ex giocatore del Petrarca e della Nazionale degli anni Ottanta, ex allenatore e ora presidente del Comitato interregionale delle Venezia è convinto che certi episodi non debbano essere nascosti sotto il tappeto come la polvere. Anzi. Parlarne può aiutare tutti a crescere. A preoccupare Innocenti sono soprattutto i report che arrivano dai giudici federali. In questa stagione sono aumentati in maniera esponenziale gli episodi di violenza verbale o meno a livelli giovanile.

«Genitori che urlano e insultano da fuori campo, dirigenti che entrano in campo e se la prendono con l’arbitro. Qualche mese fa un ragazzino è stato squalificato tre mesi per aver bollato con un epiteto irripetibile un arbitro donna. Dobbiamo fermarci tutti a riflettere».

Alla base di tutto, per l’ex capitano azzurro portabandiera in un’edizione dei Mondiali, c’è una mancanza di educazione allo sport che produce un cortocircuito. «A me hanno insegnato fin da piccolo che non bisogna esultare quando si segna una meta. Che l’arbitro non si discute», spiega Innocenti « Dobbiamo ripartire da qui per non ritrovarci come il calcio. Il calcio non è uno sport violento, anzi, ma è arrivato a tanto perché chi vi è entrato ha portato disvalori. Procuratori, genitori, dirigenti, sponsor: il rugby non è immude a tutto ciò. Dobbiamo essere noi a difenderlo».

Poi Innocenti lancia un’ideale ancora al presidente del Polesine Orientale. Con la promessa che la Federazione non lo lascierà solo. «Ho letto la sua lettera», conclude Innocenti «Credo gli sia costato moltissimo scriverla. Ci ho anche parlato al telefono. Carlin è una persona perbene. Merita tutto il nostro supporto. So che ha detto che ha deciso di chiudere perché ciò che è accaduto ha poco a che fare con lo sport. Ma non possiamo permetterlo. Faremo di tutto perché la sua società riparta su basi diverse».

Per il bene di tutti, per il bene del rugby. (p.bar.)

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