Chiaretti, una resurrezione in cui c’entra la... nonna

«Il mio primo cognome è padovano, Cossenzo, il secondo, è invece calabrese Osvaldina Rosa voleva vedere la città delle radici del nonno e mi ha raggiunto»
CITTADELLA. Pochi lo sanno, ma scorre sangue padovano nelle vene di Lucas Chiaretti. E, chissà, forse dietro alle convincenti prestazioni che hanno persuaso il tecnico Roberto Venturato a puntare nuovamente sul suo estro
carioca
- fondamentale nelle ultime tre affermazioni del Cittadella tra campionato e Coppa Italia - c’è anche il calore umano che gli ha trasmesso la nonna, venuta a trovarlo dal Brasile e da poco tornata a casa. «Cossenzo, il mio secondo cognome, è di origini calabresi, ma Chiaretti è tutto padovano. Un mio trisavolo, di quattro o cinque generazioni fa, è partito da qui per raggiungere Belo Horizonte, dove sta la mia famiglia. Mia nonna Osvaldina Rosa da tempo aveva il desiderio di vedere la città in cui aveva le sue lontane radici mio nonno, e a settembre mi ha raggiunto in Italia, rimanendo a casa mia sino ad un paio di settimane fa. L’ho portata a vedere Padova, in particolare teneva a visitare la basilica di Sant’Antonio, perché lei è molto credente e il Santo è venerato tantissimo anche in Brasile».


Per lei, Lucas, gli ultimi mesi non sono stati facili. Da titolare inamovibile si è ritrovato in seconda fila.


«Ma ho cercato di lavorare sempre al massimo, anche più degli altri, perché non giocando diventa più complicato mantenere la condizione fisica. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il mio momento e così è stato. Oggi non posso che essere contento, anche perché con le ultime due vittorie ci siamo risollevati, dopo essere scivolati in una posizione più vicina alla zona
playout
che a quella
playoff
. Sul piano personale il prossimo passo è... tornare al gol!».


Come si è spiegato le tante panchine consecutive?


«Mi sono stirato l’adduttore lungo nella seconda parte del ritiro di Lavarone, proprio nella fase più importante della preparazione, quando stavo entrando in condizione. A quel punto il
mister
ha fatto le sue scelte. Mi è dispiaciuto rimanere fuori perché non me l’aspettavo, ma ho sempre accettato le sue decisioni senza fare polemiche. Noi calciatori vogliamo giocare tutte le partite, ma ciò che pensiamo conta poco, è lui che decide».


Senza fare torti a nessuno, l’impressione è che dietro al rilancio granata ci siano soprattutto due nomi, il suo e quello di Scaglia.


«“Pippo”, là dietro, è una garanzia, lo sta confermando dopo un infortunio molto lungo. La nostra è una rosa completa in tutti i ruoli e chi ha giocato al posto nostro non si è certo comportato male, ma i risultati nelle ultime giornate erano venuti meno. Ora che abbiamo ripreso a vincere, più di ogni altra cosa serve trovare continuità. E noi, che abbiamo qualche anno in più rispetto ai giovani del gruppo, abbiamo il compito di trasmettere la mentalità vincente che abbiamo acquisito in queste due stagioni e mezzo, facendo loro capire che la cosa più sbagliata è accontentarsi, e fermarsi alle imprese compiute con Palermo e Spal».


Un discorso che vale ancor di più ora, avendo davanti una trasferta “calda” come quella di Foggia.


«Esattamente. Gli uomini di Stroppa sono chiamati a tirarsi su da una posizione di classifica delicata. Anche loro, come noi, cercano sempre la vittoria, quindi è facile immaginarsi che sarà una battaglia. Fuori dal campo, invece, so già che abbraccerò il difensore Empereur, mio connazionale: suo fratello giocava con me nel Cruzeiro, sarà bello incontrarlo».


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