Etna subito giudice E il doppio Stelvio potrà far molto male

GIÀ DOPO QUATTRO GIORNI LA PRIMA SALITA DURA E IL FINALE È DA BRIVIDO CON LO SCOGLIO DEL GRAPPA

Attenzione al trappolone dell’Etna. Il Giro numero 100 vivrà un giorno chiave il quarto giorno di corsa martedì 9 maggio. Una salita lunga, quasi 20 km, nella parte centrale pure con pendenze superiori al 10%. Beninteso: non impossibile, non un Mortirolo o uno Zoncolan. Ma pericolosa. Lì il Giro d’Italia potrà cambiare già rotta. È già accaduto: ricordate l’inizio di corsa rosa del 2011? Alberto Contador ballò una rumba mica da ridere sui tornanti verso il Rifugio Sapienza e, in pratica, già ipotecò un Giro che poi la giustizia sportiva gli toglierà a tavolino.

Tra i battuti uno dei favoriti dell’edizione 2017: Vincenzo Nibali. Ecco perché il siciliano da tempo ha drizzato le antenne. In gruppo c’è un potenziale Contador e si chiama Nairo Quintana. Dalla settimana dopo la Tirreno Adriatico, vinta con una facilità disarmante, si è allenato a casa sua in Colombia, una lunga preparazione in altura sopra quota tremila. Sull’Etna potrebbe già essere in grado di sprigionare una potenza terrificante. E poi la tappa arriverà dopo tre tiratissimi giorni in Sardegna e il riposo anomalo al quarto giorno di Giro. E si sa, il riposo sulle gambe dei corridori può anche avere effetti nocivi.

Difficile che il vulcano partorisca il topolino. Accadesse la “rivincita” delle montagne del sud sarebbe pronta domenica 13 maggio: arrivo in salita al Blockhaus, nome teutonico che sta per Maielletta. Tredici chilometri, a un terzo un “muretto” al 14%. La prima parte della corsa rosa si chiuderà qui. Un giorno di riposo a Foligno e poi un altro giudice supremo, il cronometro. Quaranta chilometri vallonati, in onore del vino Sagrantino. Dopo la faticaccia contro le lancette ci sarà già chi potrà vincere e chi non potrà vincere la corsa rosa.

I verdetti finali? Quelli li darà il Nord. Tappa appenninica con partenza da “casa Bartali” a Ponte a Ema, “pantaniana” scalata di Oropa, trabocchetto di Bergamo, doppio Stelvio, martedì 23 maggio, tappone dolomitico due giorni dopo con 4 mila metri di dislivello, altra pantaniana ascesa di Piancavallo. E poi arrivo ad Asiago col severo Grappa e cronometro finale di 27,6 km, domenica 28 maggio da Monza a Milano?

Onestamente c’è l’imbarazzo della scelta. Ma presentare un Giro d’Italia ha anche un lato intrigante. Molto intrigante. Chiudere gli occhi, correre al posto dei girini e immaginare la soluzione più bella.

Certo, disegnare con l’immaginazione un finale thrilling come quello 2016 tra Francia e Piemonte, è più da folli che audaci e poi, suvvia, sono cose che non possono accadere a ogni maggio.

Ecco perché, qualche euro sulla centralità della tappa di Bormio con la doppia scalata allo Stelvio, li giocheremmo. Per due motivi: si salirà per la prima e unica volta in questa edizione sopra quota 2.500 metri prima al passo scalato dalla Valtellina e poi, quota 2.502, dalla Val Mustair in Svizzera fino al Giogo di Santa Maria, tre chilometri sotto il valico alpino che Fausto Coppi fece entrare in un colpo solo nella storia del ciclismo con quell’impresa epica su Hugo Koblet. E sopra i duemila metri, si sa e l’abbiamo visto un anno fa sul Colle dell’Agnello, la reazione dei singoli corridori alla quota è a volte imprevedibile.

Poi c’è il secondo motivo: il meteo spesso ha giocato brutti scherzi da quelle parti. Senza scomodare la tregenda del Gavia nel 1987 basta tornare indietro di tre edizioni. Nel 2014 Quintana non mise la freccia su Rigoberto Uran grazie al “golpe” nella discesa dello Stelvio con le moto stile safety car dribblate abilmente? E dopo il gigante Stelvio altre quattro prove d’appello. Il tappone, anche se breve e con salite in fondo pedalabili, l’erta finale di Piancavallo, la cui prima parte è davvero tosta, e la scalata del Grappa. Signori, il monte sacro alla Patria è tosto. E chi andrà in tilt lì potrebbe pagare il giorno dopo nella crono Monza-Milano. Altro che passerella.

@simeoli1972

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