I club modello si vedono nelle sconfitte più che nelle vittorie

Il Padova è all’inizio di un percorso, ma la volontà è netta e inequivocabile. E non si misura nel breve periodo. Le società top hanno una linea e la seguono, la adattano ai tempi, non la snaturano

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini

Cosa hanno in comune Athletic Bilbao, Atalanta, Ajax, Real Madrid, gruppo Red Bull? Apparentemente nulla. Anzi, per i puristi del calcio l’eredità storica dei baschi difficilmente può essere accostata alle strategie degli eretici delle bevande energetiche. Ma questi club, pur così distanti e peculiari, sono unanimemente considerati «modello». E l’etichetta nasce dal fatto che sono tutte società che anche quando perdono rimangono fedeli alla propria identità. Hanno una linea e la seguono, la adattano ai tempi, non la snaturano. Lavorano secondo progettualità di lungo periodo, al contrario dei tanti che rivoluzionano a ogni colpo di vento.

Un esempio sportivo opposto?

Il Manchester United, che nella sua storia ha vinto 20 titoli inglesi con 3 soli allenatori e che, salutato l’ultimo vincente, colleziona figuracce da oltre un decennio spendendo a caso.

Alessandro Banzato ieri, al termine della lunga chiacchierata con i giornalisti della carta stampata padovana, ha chiesto: «Perché il Padova storicamente ha più militanza in C che in B, e a memoria mia è stato una sola volta in A?».

Invertiamo per una volta i ruoli e lasciamo fare la domanda al patron, abbozzando una risposta. Nella sua storia il Padova non ha praticamente mai avuto una proprietà capace di progettualità di lungo respiro. C’è stato chi ha ottenuto risultati e chi no, e in genere si tende a dire che i primi hanno lavorato bene e i secondi no, ma è una banalizzazione buffa, benché accettata. Ma quando l’attuale proprietario, guardando al figlio Giovanni, dice «noi pensiamo all’identità di questo club per i prossimi 30 anni», i padovani devono sentire musica per le loro orecchie. La sua storia aziendale non lascia dubbi sulla serietà delle intenzioni.

Allargando lo spettro: gli acciaieri come lui, da Chiavari a Brescia, da Cremona a Cittadella, sono i proprietari che tutti vorrebbero avere. Certo, retrocedere nell’alta padovana fa meno rumore che nel capoluogo, ma se il brusio di fondo, anche quando alza i decibel, diventa un parametro dirigenziale, è finita. Perché c’è un tratto che distingue i grandi imprenditori dai piccoli impresari: i primi quando ti parlano d’azienda lo fanno con riferimento al medio e lungo periodo. Per questo e non per altro, spesso, le loro famiglie conquistano il rango di dinastie.

Questa cosa, nello sport più popolare, è ancor più rara, perché l’idea che il calcio abbia tempi diversi da quelli degli altri settori - ovvero che vada vissuto d’impulso, tutto proiettato al breve periodo - è un cliché che si dà per scontato, ma che è sempre meno proporzionale ai successi e non sopravvive alla prova dei fatti.

Gli allenatori e i diesse più longevi sono nei grandi club. Alcune storie sono clamorose. Il Siviglia confermò il diesse Monchi anche dopo una retrocessione prima di diventare pluriregina d’Europa League. Real Madrid e Athletic Bilbao, pur così diversi e distanti, sono i primi due in Europa per durata media della permanenza dei giocatori (dati CIES), perché la continuità è anche virtù tecnica, non solo manageriale.

Atalanta e Ajax fanno del settore giovanile la loro ricchezza nella buona e nella cattiva sorte, anche se i lanceri hanno i loro momenti d’oro europei ogni 20 anni, e l’Atalanta ha lavorato in questi anni crescendo a prescindere dai trofei prima di vincere l’Europa League contro una squadra che quell’anno perse una sola partita.

Red Bull lavora su formazione, metodo e innovazione su larga scala. In giro fioccano altri esempi: i norvegesi del Bodo, i danesi del Midtylland, gli inglesi del Brentford. Tutti hanno scalato le gerarchie nazionali e internazionali costruendo una loro identità e rimanendo fedeli ad essa.

Non è un banale tema di coerenza, ma di programmazione (quest’ultima quando serve ammette anche cambi di rotta). Magari non primeggiano, ma toccano i loro massimi storici grazie ad un metodo che è tale nelle sconfitte prima ancora che nelle vittorie. Il Padova è all’inizio di un percorso, ma la volontà è netta e inequivocabile. E non si misura nel breve periodo. 

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