«Italiana solo quando gioco a rugby»

Il rammarico di Cristina Molic: milita in azzurro, ma per legge è extracomunitaria
Di Maurizio Toso

MESTRE. La maglia è quella azzurra dell'Italia, bianca quando incroci Scozia o Francia. L'accento è quasi è assente, visto che il suo italiano scorre rapido e preciso. Lei è Cristina, una delle protagoniste del momento magico dell'Italrugby femminile, con le azzurre che dopo due giornate sono in testa al Sei Nazioni insieme all'Irlanda. Già questa è una notizia storica, ma poi c'è di più, molto di più. Di cognome, infatti, Cristina fa Molic e la sua città di origine è Calarasi, centro della Moldavia. Cristina Molic è in Italia da una decina di anni ed è nel giro della Nazionale da quattro, nonostante sia giovanissima, visto che lo corso 31 dicembre ha compiuto 22 anni. Vive a Mestre, in campionato milita nel Riviera del Brenta campione nazionale in carica, studia Lingue (ne parla quattro, ovvero Italiano, Romeno, Russo e Inglese) all'università Ca' Foscari a Venezia e ha cominciato ad avvicinarsi alla palla ovale alle medie, una passione che poi non l'ha più abbandonata. Una storia come tante, che però sconfina oltre l'erba e il fango di un campo di rugby per raccontare di un'Italia che cambia. E delle sue leggi che, talvolta, non riescono a stare al passo con questo cambiamento. Regolamenti della Fir alla mano, infatti, Cristina è a tutti gli effetti un'atleta “eleggibile” per la Nazionale, visto che la sua formazione rugbistica si è svolta totalmente nel nostro paese. Sul passaporto, però, lei continua a essere cittadina moldava. «L'obiettivo è quello di diventare italiana a tutti gli effetti», racconta Cristina, con un accento che al massimo tradisce qualche inflessione mestrina, «so già che l'iter sarà abbastanza lungo, una mia compagna di Nazionale sta affrontando la stessa questione e i tempi di attesa si aggirano sui due-tre anni». Cristina, insomma, continuerà a lottare per quella maglia azzurra, ma prima di essere italiana anche fuori dal campo di gioco dovrà aspettare i tempi della burocrazia. Lei, però, non fa una piega. Sarà perché viene da una città che deriva il suo nome da una battaglia vinta nel medioevo dai Moldavi contro i Turchi, una storia di sacrificio, resistenza e vittoria finale che ricorda tanto certe partite di rugby.

Sarà anche perché lei alla lotta e alla costanza è abituata dai ruoli ricoperti in campo: terza linea nel Riviera, seconda in Nazionale, sempre questione di mischie, di centimetri che si aggiungono a centimetri fino all'area di meta avversaria. «Il rugby è una grande passione», afferma, «nel nostro mondo la prima cosa è la condivisione, il coinvolgere tutti. Devo dire che sono stata molto fortunata, nel nostro sport al massimo ci può essere la battuta intelligente ma a nessuno verrebbe in mente l'insulto razzista. Il rugby è questo e ora mi godo questo momento straordinario, che dedicato a tante persone, alla mia famiglia, al mio ragazzo che non ha mai fatto storie per il fatto che pratico questa disciplina. Se guardiamo le classifiche, stiamo andando meglio dei ragazzi, questa è una soddisfazione grandissima». L’unico rammarico è che vorrebbe godersi questo successo da italana: anche fuori dal campo.

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