Michael Fabbro al Cittadella: «Darò tutto per fare bene»

Michael Fabbro si racconta: l’arrivo al Cittadella, il rapporto con Marchetti, la voglia di riscatto dopo il Chievo e le passioni per pittura e pianoforte: «Non ho mai smesso di credere nel lavoro»

Diego Zilio
Michael Fabbro al Cittadella: “Fame, musica e rinascita” – l’intervista
Michael Fabbro al Cittadella: “Fame, musica e rinascita” – l’intervista

Attaccante, certo, è stato preso per quello. Ma anche pianista e persino pittore. Michael Fabbro, tra i primi acquisti del digì Marchetti per il Cittadella della prossima stagione, si racconta a tutto tondo.

Michael, partiamo dalla trattativa che la porterà a giocare sotto le mura: come si è sviluppata?

«È nata praticamente subito dopo la fine del campionato, quando il Cittadella era ancora impegnato ai playoff e il mio procuratore mi ha parlato dell’interessamento del direttore. Dopo la fine della stagione ci siamo incontrati e da lì è stato tutto abbastanza rapido. C’erano da sistemare le questioni burocratiche e poi ho firmato, senza esitazioni. Con la retrocessione della Virtus Verona sarei stato libero dal primo luglio, quindi non c’erano particolari ostacoli».

Cosa le ha detto Marchetti?

«È un grande motivatore. Mi ha spiegato bene cos’è il mondo Cittadella, l’aria che si respira e soprattutto qual è il progetto. Mi ha trasmesso entusiasmo e fiducia. Mi ha caricato tantissimo».

Uno dei concetti su cui Marchetti ha insistito di più analizzando l’ultimo campionato è quello della “fame” che troppo spesso è mancata e che dovrà esserci sempre nella prossima annata.

«Sono d’accordo con lui. La C la conosco bene e posso dire che, oltre agli aspetti tecnici e tattici, la differenza la fanno l’agonismo e la voglia di emergere».

Si aspettava una stagione diversa per la Virtus Verona?

«Sì, arrivava da anni molto positivi e da piazzamenti nei playoff. Le aspettative erano diverse. Poi però il campionato prende determinate pieghe e bisogna adattarsi. Quando capisci che la stagione sarà diversa da quella immaginata, devi cambiare mentalità e modo di giocare».

Vale anche per il Citta, che doveva competere per la promozione.

«Quando senti nominare il Cittadella, in Serie C, pensi a una squadra che lotta per vincere il campionato o comunque per stare nelle posizioni di vertice. Poi il calcio è pieno di incognite, ci sono mille dinamiche che possono influire su una stagione. Da fuori è sempre difficile capire tutto quello che succede».

Il torneo granata è iniziato con un 1-1 al Gavagnin-Nocini e fu proprio lei a segnare, impreziosendo un’ottima prestazione.

«Ma Marchetti è un direttore molto preparato e con grande esperienza, non penso che una partita o un singolo episodio possano averlo spinto a scegliermi. Credo che abbia valutato il mio percorso complessivo».

Come si descriverebbe ai tifosi granata?

«Non amo parlare troppo di me stesso, però posso dire che sono un giocatore che dà tutto. Mi piace lottare per la maglia, correre, sacrificarmi e fare anche il lavoro sporco. Non ho problemi a stare dietro ai riflettori se serve al bene del gruppo. Dal punto di vista tecnico sono un attaccante che ama andare in profondità, correre negli spazi e inserirsi. Nel corso della carriera ho fatto praticamente tutto: ho giocato da prima punta, da seconda, da trequartista e anche da esterno. A Taranto ho disputato un’intera stagione largo sulla fascia. Mi adatto senza problemi, ma, se devo scegliere, preferisco giocare in coppia, con un’altra punta accanto. Mi piace muovermi intorno a un riferimento offensivo e dialogare con lui».

Ha mai pensato che la tua carriera potesse prendere una strada diversa dopo il settore giovanile del Milan e le esperienze in Serie B con Pisa e Chievo?

«Non sono una persona che si piange addosso, ho sempre cercato di dare il massimo per non avere rimpianti. Nel calcio ci sono tante situazioni che non dipendono da te. Tu puoi controllare il lavoro quotidiano e quello che fai sul campo, ma non tutto il resto. Mi sono trovato coinvolto in situazioni complicate. Al Chievo, ad esempio, il fallimento della società è arrivato in un momento molto positivo della mia carriera. Nessuno immagina di ritrovarsi improvvisamente svincolato dopo una stagione del genere. Lì mi ha aiutato la convinzione di non mollare mai».

In quella fase ha riscoperto la pittura.

«È una passione che deriva da mio padre, Marino. Anche lui ha giocato a calcio, ma nel tempo libero dipingeva. Da bambino lo osservavo spesso. Durante il periodo in cui ero svincolato ho iniziato anch’io, più che altro una pittura astratta, molto istintiva. Cercavo di trasferire sulla tela quello che provavo in quel momento. Mi aiutava a tenere la mente occupata e a non pensare continuamente alla situazione. Ma è una passione che ho lasciato un po’ da parte, adesso sono concentrato sul calcio. Magari più avanti riprenderò».

L’altra sua grande passione è il pianoforte.

«La musica per me è importantissima. Mi aiuta a rilassarmi, a staccare e anche a concentrarmi. Suono da quando ero piccolo e continuo a farlo ogni sera. Adoro Ludovico Einaudi, per me è un punto di riferimento assoluto. Lo suono praticamente sempre, sia nei momenti belli che in quelli più difficili. A Udine ho il piano, ma credo che anche a Cittadella porterò con me la tastiera».

 

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