Pierobon: «Buffon lo capisco Io ho giocato fino a 45 anni»

Cittadella, l’allenatore dei portieri fa la sua classifica dei numeri uno di categoria Domani arriva la Spal, dove ha giocato otto anni: «Ferrara la mia seconda casa»
Diego Zilio

Diego Zilio / CITTADELLA

L’Highlander granata sfida il suo passato. Cittadella-Spal è la partita di Andrea Pierobon.

L’attuale preparatore dei portieri è stato una bandiera di entrambe le squadre, chiamate a sfidarsi domani sera al Tombolato.

«A Ferrara ho trascorso otto anni, dai 27 ai 35. Credo di aver fatto la storia di quella maglia, essendo il secondo giocatore di sempre per numero di presenze, avendone messe assieme 263 solo in campionato. Per cui fatico a definirla soltanto una parentesi della mia carriera», spiega “Piero”, l’uomo che detiene il record di longevità nel calcio professionistico italiano. «Diciamo che la Spal è stata piuttosto la mia seconda casa».

Perché la prima è, appunto, a Cittadella.

«Beh, chiaramente sì. Sono nato e cresciuto qui, avendo militato nel settore giovanile e poi in prima squadra. Casa mia è questa, basti dire che sono nella società da 17 anni, tra l’esperienza da giocatore e quella da allenatore».

Diciamo che per lei è una specie di derby del cuore, quello alle porte.

«È una partita che sento molto, indipendentemente dal fatto che di fronte avremo un’ottima squadra, che lotterà fino alla fine per il vertice. Anche se non è rimasto più nessuno a Ferrara rispetto ai tempi in cui c’ero io, so di aver lasciato un bel ricordo: ogni volta che ci torno, infatti, mi rendo conto di come mi vogliano ancora bene. Accadeva lo stesso quand’ero in maglia biancazzurra e tornavo a Cittadella, sentendo l’affetto».

Il più bel ricordo legato alla Spal?

«Tante le soddisfazioni, ma più a livello personale che di squadra. Lo dico perché siamo sempre partiti per vincere il campionato, ma dopo aver conquistato quello dalla C2 alla C1, con De Biasi, al termine di una grande cavalcata, non siamo più riusciti a concedere il bis e a salire in Serie B. E questo nonostante ci fossero tutte le premesse per farlo, a partire da una piazza che ha fame di calcio. A livello individuale, però, sono stati anni strepitosi e in più di un’occasione ho ricevuto premi come miglior giocatore».

Adesso è dall’altra parte della barricata. Che giudizio dà su Kastrati e Maniero?

«Positivo. Vengono da un percorso importante iniziato assieme l’anno scorso: Maniero era partito bene, ma poi ha accusato il covid e un problema al ginocchio e Kastrati ha giocato di più, dimostrando il suo valore. Sono due portieri affidabili, su cui puoi contare. Due bravi ragazzi, animati da una sana competizione: a me spiace che in quel ruolo possa giocare solo uno. E vorrei citare anche il portiere della Primavera Manfrin, che ha 17 anni e si allena con noi: se continua così, maturando sotto l’aspetto caratteriale, potrà fare strada».

In cosa devono ancora migliorare i suoi allievi?

«Bisogna crescere sempre, e non è una frase fatta. Specie nella concentrazione: è fondamentale in questo ruolo e si può allenare allo stesso modo degli altri aspetti. Sono tanti quelli da curare, perché il ruolo è molto cambiato negli anni: il portiere non è più quello che si limita a parare stando sulla linea di porta, ma deve saper usare i piedi per far ripartire l’azione ed essere pronto a uscire».

Nella categoria, tolti loro, chi le piace di più?

«I primi tre che mi vengono in mente sono Gabriel del Lecce, Di Gregorio del Monza e Leali dell’Ascoli. Ma per i portieri vale lo stesso discorso relativo al campionato: il livello si è alzato molto».

E Buffon?

«Eh, lui gioca per battermi», sorride. «Buffon è sempre Buffon, un’icona per il nostro calcio. Io lo capisco, nel senso che, essendo io stesso arrivato a giocare a quasi 46 anni, comprendo le sue motivazioni. Bene o male sono quelle che avevo io e c’è la voglia di dimostrare di poter dare ancora tanto». —

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