Da Napoli a Padova per fare l’autista: «Guadagno 1700 euro, ma a fine mese non metto via nulla»

Andrea Cernezza, 30 anni, si è trasferito al Nord per lavorare. Tra affitto e spese, però, pesa la distanza dai genitori e da casa

Federico Murzio
Autista
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Da piazza del Plebiscito a Napoli, a Prato della Valle a Padova. Quella di Andrea Cernezza è una storia nella storia. Anzi, in più storie.

Perché parla della crisi di un settore, quello degli autisti nel pubblico e nel privato, innanzitutto, che a Padova e in Veneto si sente con particolare intensità. Perché è una storia di migrazione interna, da meridione a settentrione; una scelta che seppure affrontata volontariamente porta con se gli aspetti «traumatici» del distacco. Infine, perché è una storia che parla di retribuzioni e di ciò che comunemente viene definita come «la fatica di arrivare a fine mese».

L’opportunità

Il trentenne Andrea Cernezza arriva a Padova da Napoli. «Sono arrivato qui tre anni fa», spiega, «e ci sono venuto appositamente. Non è che sia giunto qui e poi mi sia messo a cercare un lavoro». «C’è poco da dire», aggiunge a stretto giro di posta, «a Nord ci sono molte più opportunità rispetto al Sud». A Napoli «facevo l’operaio e prendevo poco, molto poco», ricorda Cernezza, «Qui è un’altra cosa. Nonostante il costo della vita sia più alto rispetto a giù».

Le differenze

Da piazza del Plebiscito a Prato della Valle, si diceva, le differenze ci sono eccome e sono ben percepibili.

E l’arrivo di Cernezza è soprattutto figlio di quella «fame» di autisti che attanaglia il trasporto pubblico (e in parte quello privato). Orari di lavoro, straordinari, responsabilità, e una retribuzione che spesso non va di pari passo con gli altri elementi della medesima equazione, hanno contribuito ad abbattere progressivamente l’attrattività della professione.

Tutto va però proporzionato e contestualizzato. «Indicativamente», dice Cernezza, «percepisco una base di 1.700 euro, che in base agli straordinari possono arrivare a 1.800 euro». Questa la riflessione che propone l’autista. Dice Cernezza: «Io sono solo e me li faccio bastare. Certo, se ci fossero quei 200 euro in più in busta paga riuscirei a mettere da parte qualcosa. Oggi è impossibile». Lo stato famiglia incide. «Ripeto, io me li faccio bastare ma mi rendo conto che per chi ha famiglia potrebbero non essere sufficienti». Ma «per ora non inseguo l’obiettivo di costruirmi una famiglia mia».

Intanto Cernezza elenca le spese, che accomunano quasi tutti. Si parte dall’affitto, dagli alimenti, dalle bollette, dall’automobile e dalle mille voci di quest’ultima (carburante, assicurazione, bollo, solo per fare qualche esempio). «Poi qualche piccola cosa, perché uscire di casa ogni tanto bisogna altrimenti non si vive», spiega.

La famiglia

Detto tutto questo «sono comunque molto soddisfatto e se guardo indietro, quando ero giù, una retribuzione così offre una libertà non indifferente», dice Cernezza, «forse, ecco, se ci fosse qualcosa in più sulle indennità e se si arrivasse a 2 mila euro netti al mese ci sarebbe più serenità».L’autista, figlio unico, a Napoli ha lasciato i genitori.

«Certo erano molti contenti quando hanno saputo del lavoro, nonostante questo avrebbe comportato lasciare Napoli», ricorda, «In ogni caso ci sentiamo ogni giorno». Tutto ha un costo e alcuni aspetti non sono monetizzabili. «In tre anni», dice, «solo una volta sono riuscito a scendere per Natale. E sono tre anni che non scendo per Capodanno».

Il confronto

Una delle chiavi di lettura di questa storia (e che la accomuna tante altre) è il potere d’acquisto. Il quale subisce ancora latitudini e longitudini. «Se a Napoli percepissi lo stesso stipendio che mi viene pagato qui sarebbe tutt’altra cosa. Qui la vita costa molto di più», spiega, «Giù non avrei la spesa dei 400 euro d’affitto. E giù 400 euro possono fare la differenza. In più avrei l’opportunità di aiutare i miei genitori. Non solo economicamente, magari svolgendo qualche lavoretto, andando a fare la spesa». Sembra poco, quasi scontato, ma a quanto pare non lo è.

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