Bortolussi, paladino delle imprese vessate

Il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi. "L'aumento delle tasse locali stabilito dalla manovra del Governo garantira' allo Stato un surplus di gettito di 13,2 miliardi di euro: 11 mld con Ici e Imu dai Comuni, 2,2 mld dalle Regioni con l'aumento della addizionale Irpef. Ma questi soldi - ha detto oggi Bortolussi - finiranno nelle casse dello Stato''. ANSA / US
Il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi. "L'aumento delle tasse locali stabilito dalla manovra del Governo garantira' allo Stato un surplus di gettito di 13,2 miliardi di euro: 11 mld con Ici e Imu dai Comuni, 2,2 mld dalle Regioni con l'aumento della addizionale Irpef. Ma questi soldi - ha detto oggi Bortolussi - finiranno nelle casse dello Stato''. ANSA / US

Se ne va un altro pezzo di storia, della nostra storia. Di quella che nell’ultimo scorcio del secolo passato si era illusa di poter finalmente rappresentare un’alternativa all’asfittico e logoro schema della vecchia Italia, nord e sud, nord contro sud: l’utopia che «vedi alla voce Nordest» potesse costituire la leva per scardinare un sistema ingessato e stantìo al punto da diventare putrido. Combattente della prima ora, Bepi Bortolussi ha continuato a modo suo a non cedere neanche quando la battaglia era ormai visibilmente perduta. Ed è rimasto sul pezzo fino all’ultimo: sabato mattina ha diramato l’ultimo dei periodici bollettini della sua Cgia di cui era testa e cuore, dedicandolo al bene più prezioso della gente della sua terra, la casa; sabato notte ha chiuso, vittima della sola onesta sconfitta a cui nessuno di noi può sfuggire. Ma è caduto in piedi, proprio come la vecchia guardia che muore ma non si arrende.

I malinconici, polverosi, cruenti anni Duemila hanno infranto tanti sforzi e tante speranze. Era stato proprio Bortolussi, all’inizio dei Novanta, a spiegare con orgoglio come il sistema delle microimprese nordestine venisse indicato all’estero, da Harvard ad Oxford, come un modello del capitalismo «valido da qui al 2000 e oltre». Così non è stato. Quell’«oltre» è finito travolto sotto il crollo del modello, ormai certificato da più analisi: nessuna più puntuale di quella con cui Ilvo Diamanti segnala addirittura un’inversione dei poli, con un fu-Nordest dirottato al capo opposto della bussola, a sud della Baviera e della Francoforte scrigno dell’euro, a ovest dei nuovi mercati dell’Europa orientale. Trasformandosi semmai in un Nordest a macchia di leopardo, dove la differenza passa non più tra territori ma tra fresca capacità di innovare per costruire futuro, e rancorosa nostalgia di conservazione per congelare passato. Con la zavorra di una classe dirigente, non solo politica, che anziché progettare e agevolare lo sviluppo di una diversa realtà unitaria, si dedica alla miope somma di tanti piccoli uno contrapposti.

A modo suo, Bortolussi non ha comunque mai voluto cedere a questa deriva. E l’ha fatto, si può dire, fin dalla ragione sociale, con la sua scelta di farsi portavoce e megafono della spina dorsale del Nordest, l’artigianato: giocando egli stesso il doppio ruolo di artigiano & partigiano di un mondo vessato dalla peggiore Italia, quella che campa di assistenza, nella per nulla santa alleanza tra il politico (nazionale, locale) che eroga le risorse calpestando i bilanci, e il cittadino (produttore, impiegato, pensionato, comunque parassita) che se ne nutre distorcendo il mercato. Ha fatto del fisco il suo cavallo di battaglia, perché lì c’è la madre di tutte le ingiustizie. L’ha fatto contrapponendosi a tutti i padrini di comodo, in modo onestamente e coraggiosamente bi-partisan, in un Paese in cui il termine inglese viene tradotto da troppi come doppiamente partigiano, anziché sopra le parti. Non a caso gli hanno dato credito due figure quali Giorgio Lago e Massimo Cacciari, che come pochissime altre, da Mario Carraro a Bepi Covre, hanno cercato di dar voce e spazio a una terza via nordestina, davvero alternativa allo squallido bipolarismo italico del «Francia o Spagna, pur che se magna».

Un sogno sconfitto, bisogna dirlo con rassegnata onestà: una battaglia perduta. Ma è stato John Steinbeck a insegnarci che sono gli uomini-gregge a vincere le battaglie, e gli uomini liberi a vincere le guerre. Bepi Bortolussi appartiene senza discussione alla seconda categoria: perché ha cercato fino all’ultimo di dare rappresentanza alla società locale, e cioè significato e riferimento di valori. Ha rappresentato una delle ultime bandiere issate su un fortino sempre più sotto assedio. E adesso che l’ha ammainata, ci sentiamo più soli. Ma non disposti a sostituirla con una bandiera bianca.

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