Braccianti sfruttati per tre euro l'ora nel Padovano: ora le condanne sono definitive
Il caso dell’azienda agricola Tresoldi ad Albignasego. Confermati 2 anni e 11 mesi al titolare, 2 anni e 8 mesi alla moglie, un anno e 10 mesi al reclutatore

Caporalato nel ricco Veneto dove il rispetto delle regole è a volte a parole, e poco nei fatti, soprattutto se la manodopera è straniera e la stabilità del permesso di soggiorno è tutta affidata a un contratto di lavoro che rende più ricattabile il lavoratore. Caso chiuso per i reati di intermediazione illecita e sfruttamento di manodopera all’interno dell’Azienda agricola di Walter Tresoldi, 58enne di Albignasego, a nove anni dall’inizio dell’inchiesta avviata in seguito a un’ispezione di Inps, Ispettorato del lavoro e carabinieri tra il gennaio e il febbraio 2017: a coordinarla il pm Benedetto Roberti destinatario delle segnalazioni di alcuni lavoratori in seguito a incidenti accaduti in azienda che avevano ferito dei braccianti esclusi da ogni beneficio previdenziale e assistenziale.
La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza dei giudici d’appello di Venezia che avevano rideterminato la pena nei confronti del titolare dell’azienda, residente ad Abano Terme, in una condanna a due anni, 11 mesi e 6.100 euro di multa (in primo grado erano stati inflitti 3 anni); condanne confermate come in primo grado per quanto riguarda gli altri due imputati, la moglie Fanica Hodorogea, 56 anni (2 anni, 8 mesi e 5.500 euro di multa), e il bengalese Robiul Karim Mintu,51, residente a Londra (un anno, 10 mesi e 2 mila euro di multa).
La sentenza è ormai definitiva. Ma nessuno andrà in prigione perché anche se la sospensione condizionale è stata concessa a un solo imputato (Mintu), comunque le sanzioni sono all’interno di quella finestra temporale che consente l’affidamento in prova. Marito e moglie erano difesi dal penalista Giuseppe Pavan; Mintu dall’avvocata Roberta Canal.
I giudici hanno dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per il reato di mancato versamento dei contributi all’Inps negli anni dal 2012 al 2016, e per un mese del 2017 contestato a Tresoldi: è passato troppo tempo e l’azione penale non può più essere esercitata. Tresoldi e Mintu sono stati pure chiamati a rispondere di aver favorito l’ingresso illegale di manodopera straniera reclutata direttamente in Bangladesh e costretta a pagare dai sei agli ottomila euro versati al “reclutatore” bengalese.
Mintu era il braccio destro dei vertici dell’azienda, pronto a far capire ai lavoratori che, se non avessero accettato le condizioni imposte (paga di 3,33 euro l’ora e per alcuni versati in nero, ore interminabili di lavoro senza la giornata di riposo, alloggi indecenti a pagamento) avrebbero perso il lavoro o, chi era privo di un permesso di soggiorno, sarebbe rimasto sulla strada. Secondo i giudici i lavoratori erano sotto la minaccia costante di perdere l’unica fonte di sostentamento. Una minaccia resa esplicita da Mintu e decisa da Tresoldi e consorte, tenuta viva temporeggiando sulla regolarizzazione di alcune posizioni, lasciando per anni alcuni braccianti senza un regolare contratto.
Indubbio che lo sfruttamento sia avvenuto «con modalità che si sono protratte nel tempo e hanno riguardato un numero considerevole di cittadini extracomunitari sottoposti a sfruttamento accertato con metodi vessatori e intimidatori, peraltro in difficoltà in un Paese straniero di cui non conoscevano la lingua e nel quale non avevano appoggi o riferimenti familiari».
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova








