L’ateneo e il ruolo di Muraro: Fondazione Cariparo, consiglieri in imbarazzo per lo scontro
Al confronto di giovedì scorso emersi diversi punti di attrito. Rinaldo rivendica il «metodo Finotti», per Rizzuto l’ostacolo del doppio stipendio

Imbarazzo. Inutile negarlo: è la parola che meglio definisce la situazione nelle stanze di Palazzo Monte di Pietà, sede della Fondazione Cariparo, alle prese con lo stallo per il rinnovo della presidenza, dopo gli 8 anni di Gilberto Muraro.
Mai nella storia dell’ente – nato nel 1991 come eredità del patrimonio della Cassa di risparmio di Padova e Rovigo – si era arrivati a una situazione simile, con tre candidati alla presidenza che sostanzialmente partono alla pari nella ricerca di una maggioranza qualificata di 14 preferenze tra i venti consiglieri generali che il 30 aprile sono chiamati al voto.
Imbarazzo dopo la presentazione di giovedì scorso dove – come vedremo – si è entrati non solo nel curriculum ma anche nella personalità e nel carattere dei tre autorevolissimi candidati.
Imbarazzo per un sistema di voto sostanzialmente inadeguato a gestire questa situazione, con le preferenze espresse in maniera pubblica e palese che costringono a schierarsi contro qualcuno.
E imbarazzo per il ruolo del presidente uscente Gilberto Muraro, accusato di «non neutralità» e di una certa preferenza per il suo allievo (e attuale vicepresidente) Cesare Dosi.
Tra Muraro e Finotti
Ripartiamo da qui. Giovedì scorso i tre candidati – l’ex rettore Rosario Rizzuto, il “Nobel dell’acqua” Andrea Rinaldo e il vicepresidente Cesare Dosi – si sono prima presentati e poi hanno risposto alle domande dei consiglieri generali.
Alla fine della sua esposizione Rinaldo ha voluto sottolineare la «non neutralità» di Muraro, in un gesto che è sembrato voler rivendicare una discontinuità con il presidente uscente.
Tanto da aver richiamato per ben due volte il «metodo Finotti» (presidente per 15 anni, dal 2003 al 2018). E a precisa domanda su cosa fosse questo metodo la risposta è stata quella di un «maggiore ascolto».
L’incontro con i tre candidati serviva a mettere a confronto non tanto i programmi politici (perché «il consiglio è il vero titolare delle decisioni strategiche e operative», come ha spiegato Muraro in un intervento sul nostro giornale), non tanto neppure i curriculum (tutti di altissimo livello), quanto «competenze, esperienze, disponibilità di tempo, sensibilità, visione culturale e relazioni di lavoro».
Il favorito alla partenza, l’ex rettore Rizzuto, è stato l’unico che ha letto un testo scritto (gli altri due hanno parlato a braccio), ed è anche stato quello con un ragionamento più politico. Ma su di lui pesa il ruolo accademico.
L’elefante nella stanza
Come detto, è proprio l’università il vero «elefante nella stanza» di questa corsa alla poltrona che permette una distribuzione di circa 100 milioni di erogazioni all’anno nei territori. Buona parte di questi fondi finisce infatti in progetti di ricerca. Ed è nelle cose che ci sia anche chi vorrebbe ridimensionare questa quota a favore di altre priorità.
Ma c’è anche una questione lavorativa e di rappresentanza. Ai tre candidati – tutti e tre docenti del Bo – è stato chiesto se in caso di elezione a presidente avrebbero lasciato il proprio ruolo. Un problema che non si pone per Rinaldo, che è già in pensione. Rizzuto invece ha spiegato che rinuncerà al ruolo di direttore del Dipartimento di Scienze biomediche, ma non all’insegnamento.
Sollevando così anche qualche perplessità sul possibile doppio stipendio. Dosi, infine, ha risposto che per questioni organizzative non potrà lasciare la cattedra prima del prossimo autunno, ma che è intenzionato a farlo.
Il meccanismo di voto
Se l’agenda ha cerchiata in rosso la data del 30 aprile per il voto, non è detto che i consiglieri generali non tornino ad incontrarsi. Forse anche con l’ufficio legale dell’ente, per esaminare il meccanismo di voto che si è dimostrato inadeguato a una situazione del genere. Lo statuto infatti tratta l’elezione del presidente come una qualsiasi ordinaria delibera. Per di più ai tre candidati è stato chiesto se mettessero in conto di ritirarsi dopo la prima o la seconda votazione. E tutti hanno risposto no. Cementificando ancor più lo stallo.
Non aiuta neppure il metodo di voto. È previsto che venga estratto il nome di un candidato e che si voti in modalità palese: a favore, contro o astenuto. L’astensione concorre ad abbassare il quorum, quindi se si vuole favorire il proprio candidato bisogna votare contro gli altri due. E farlo in modo aperto e visibile.
L’ennesimo motivo di imbarazzo di una situazione che si complica sempre più col passare dei giorni.
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