Il risveglio di Venezia nel sogno di Bordiga

di Michele Gottardi
Nella Venezia che si apprestava a ridiventare grande, almeno nei sogni, all’inizio del Novecento, vi furono alcuni che questi sogni li coltivarono più di altri. E se Riccardo Selvatico e Antonio Fradeletto, Filippo Grimani e Giuseppe Volpi, Pompeo Molmenti o Nino Barbantini e i molti pittori dell’epoca sono nomi e volti noti, meno celebre è quello di Giovanni Bordiga. Eppure non vi è stato nessuno come lui che, in quel torno di tempo e anche negli anni a seguire, abbia incarnato il ruolo dell’intellettuale culturale militante. Bordiga ha diretto, presieduto e fondato a Venezia tutti ciò che poteva dirigere, presiedere e fondare, sedendo in tutti i consigli possibili, a cominciare dall’assise comunale veneziana, durante la giunta Selvatico, rimasta ben nota per la nascita della Biennale d’Arte, ma anche per la profonda, laica, divisione col mondo più conservatore e cattolico, impersonato dal patriarca Sarto, poi papa Pio X.
Bordiga (1854-1933) fu assessore, presidente della Biennale, dell’Ateneo Veneto, della Querini Stampalia e della Dante Alighieri, segretario dell’Istituto veneto e, non ultimo, fondatore della Scuola superiore di architettura, ovvero di quello che sarebbe poi divenuto l’Iuav. Ora un volume, curato da Guido Zucconi, docente all’Iuav e presidente dello stesso Ateneo Veneto, “L’opera di Giovanni Bordiga nel risveglio culturale di Venezia tra fine Ottocento e primo Novecento” (saggi di T. Agostini, M. Donaglio, M. Niero, A. Mazzanti, M. Carraro, S. Franchini, P. Ventrice, B. Trevisan e F. Gay), indaga sui poliedrici aspetti della sua figura.
Piemontese, Bordiga approda a Venezia nel 1878 per insegnare matematica all’Istituto tecnico commerciale Sarpi e subito viene coinvolto da quel clima di grande attesa che tutti protagonisti di allora percepiscono in laguna e che si consolida nella giunta Selvatico, nel 1890, di cui Bordiga fu assessore alla Pubblica istruzione (togliendo l’uso di recitare le preghiere al mattino in classe, cosa che fece andare in bestia il clero) e ai Lavori pubblici. Repubblicano convinto, incarnò in seguito d’un lato l’opposizione alla giunta Grimani e alla concezione paternalista e aristocratica che la guidava, dall’altro la sua aspirazione, continuata e convinta verso la modernità, che lo aveva portato ad allargare l’ideale scolastico in senso democratico e a investire la città di progetti anche ambiziosi o impossibili (dall’allargamento della Marittima all’edilizia popolare, sino all’idea di un ponte con l’isola della Giudecca) lo condussero all’adesione al fascismo, “indotto forse - scrive Zucconi - dalla stanchezza, forse dalla forza degli eventi, o forse dalle proprie convinzioni personali”. È in questo periodo che Bordiga approda alle istituzioni culturali veneziane, in ordine sparso, ma coeso, vedendo in quella militanza la prosecuzione di quel disegno di rilancio della città che aveva iniziato da politico e da tecnico.
È l’ultimo decennio della sua vita quando ormai Bordiga ha superato i settant’anni: eppure in quegli anni Venti il v. ecchio professore di matematica e geometria descrittiva riesce ancora a mettere a segno due bei colpi: il salvataggio della Biennale, di cui fu il primo presidente “non sindaco” garantendole la futura autonomia amministrativa e la nascita della Scuola superiore di architettura, che dopo i dibattiti iniziali venne inaugurata nel 1925, grazie al supporto di istituzioni pubbliche e private.
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