Il Veneto è disseminato di rifiuti pericolosi: «Un sistema quasi industriale»

Dossier Ecomafie: centinaia di piccole e medie aziende eludono le norme con la complicità dei gestori degli impianti. Differenziata compresa
Malaman conferenza con sindaci e visita cantieri Valdastico. Nella foto: Il viadotto sul fiume Fratta
Malaman conferenza con sindaci e visita cantieri Valdastico. Nella foto: Il viadotto sul fiume Fratta

Troppo costoso, lo smaltimento dei rifiuti speciali. Troppe carte, troppi adempimenti. Troppi costi. La “scorciatoia alla veneta” non passa attraverso la criminalità organizzata, non ancora. Ma si alimenta piuttosto di centinaia di piccole e medie imprese che in questi anni hanno disseminato il Veneto di materiali pericolosi, miscelandoli con i rifiuti “normali”. Un fenomeno che, «per la sua rilevanza, ha ormai acquisito le caratteristiche proprie di un sistema industriale, alternativo a quello legale».

Il DOSSIER. È un passaggio, forse il più scabroso, della relazione della Commissione bicamerale sulle ecomafie in Veneto (formalmente, sul “ciclo dei rifiuti”): un dossier di 440 pagine che ripercorre una sciagurata storia di illeciti e strategie scellerate: ombre fosche che si affiancano - quasi fossero il loro naturale contraltare - alle molte eccellenze che la regione può comunque vantare in questo campo, ad esempio nella raccolta differenziata.

Anni fa, il caso della Valdastico sud (composti pericolosi utilizzati in cantiere) aveva scoperchiato la pentola: tutti i fornitori indistintamente agivano nell’illegalità. Ebbene: era solo la punta dell’iceberg. Nessuna sinergia, né associazione, ma un sistema d’illegalità diffusa.

MAFIE ESTRANEE. Niente organizzazioni criminali classiche, su questo fronte: Giovanni Zorzi, sostituto procuratore della Repubblica di Venezia, che presso la DDA (direzione distrettuale antimafia) si occupa proprio di questi reati, ne è convinto. Non è però rassicurante sapere che un vasto tessuto di aziende di medie dimensioni ha continuato - e probabilmente continua - in modo sistematico a gestire un traffico illecito di rifiuti - «quindi, di attività organizzate continuative connotate da finalità di profitto» - con una caratteristica ricorrente: barare.

COSI' FUNZIONA. Spiega la relazione: «Di norma, il fenomeno tipico del Veneto è quello di un’impresa, regolarmente autorizzata, la quale, in violazione delle autorizzazioni dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale, ndr), normalmente concesse per la gestione di particolari rifiuti non pericolosi, adotta viceversa una serie di comportamenti devianti rispetto alla struttura normativa e alle prescrizioni fissate in sede amministrativa.

Accade, cioè, che l’impresa riceva rifiuti, anche pericolosi, comunque, non compresi nel codice CER (il Catalogo europeo dei rifiuti, ndr) per cui è stata autorizzata e provveda alla loro successiva miscelazione con i rifiuti per cui è autorizzata, come si è verificato in pressoché tutti i casi di gestione illecita di rifiuti sottoposti all'esame della Commissione di inchiesta».

IL GIRO BOLLA. Distorsione delle regole di mercato, ma non solo. La chiave di tutto è il cosiddetto “giro bolla”, che si effettua presso gli impianti di stoccaggio sostituendo il documento di accompagnamento originario di un rifiuto, contenente un determinato codice CER, con uno riportante indicazioni false e di comodo (con codice CER mutato) per «accelerarne il recupero o lo smaltimento, mediante l'utilizzo di omologhe o notifiche già in essere, autorizzate presso determinati impianti».

Nei fatti, si smaltisce una sola tipologia ma la si fa figurare come una miscela: «Il trasporto di un miscuglio di rifiuti è più difficile da controllare e “contestare”, atteso che le caratteristiche del miscuglio sono piuttosto indeterminate e più difficili da definire e da caratterizzare, mediante un’analisi, rispetto al rifiuto singolo derivante da un processo produttivo noto, sicché si comprende facilmente come, in occasione di un trasporto di miscele di rifiuti, sia più facile trovare giustificazioni, spiegazioni e risposte agli eventuali rilievi che vengono mossi dagli organi di controllo».

BUSINESS AS USUAL. Il “giro bolla” ha il duplice scopo di rendere il rifiuto conforme alle autorizzazioni dell’impianto di destinazione velocizzandone la movimentazione: riduce i tempi tra l’ingresso dei rifiuti nell'impianto e la loro uscita con risparmi consistenti sulle ore di sosta dei mezzi e il lavoro delle maestranze. Più veloce è il giro di rifiuti negli impianti di stoccaggio, più aumenta il business dell'impresa.

I CONTROLLI. «Recuperare non conviene», scrive la relazione. E cita il caso della Ecolando srl, con impianti a Fossò e a Sant’Angelo di Piove di Sacco che gestiva i rifiuti «in modo del tutto illecito, naturalmente solo per profitto».

Carenza di verifiche, sì. Ma il Noe di Venezia è composto di 4-5 persone per tutta la regione, dove si contano 1500 impianti di trattamento. E le salvifiche leggi all’italiana: «Quando il controllo trova qualcosa che non va, vi è il procedimento penale, ma l’imprenditore e il difensore che lo assiste sanno benissimo che il reato contravvenzionale si prescrive velocemente e che la materia è molto tecnica e di difficile accertamento, sicché si può sempre contrapporre una buona consulenza di parte alla perizia d’ufficio, con la conseguenza che diventa molto più conveniente operare in modo illecito, piuttosto che rispettare la norma. Soltanto quando interviene il sequestro dell’azienda, l’assetto economico viene turbato radicalmente».

«NON CONVIENE». Il gioco delle tre carte che si fa sistema, con un problema che tocca direttamente il legislatore: «È chiaro che, finché il circuito economico non è virtuoso per l’attività di recupero o, in alternativa, per l’invio in discarica del rifiuto, nessuno recupererà correttamente e tutti cercheranno di smaltire i rifiuti, mediante illeciti processi di miscelazione».

Ha spiegato in commissione il sostituto procuratore Francesca Crupi che, causa la crisi, «tutta un'altra serie di piccole aziende, per cercare di superare le difficoltà sopravvenute nel corso del tempo, sono andate ben oltre la mera violazione delle autorizzazioni».

DRAMMA BONIFICHE. E quando alle Pmi arrivano le condanne penali con aree da bonificare e masse di rifiuti da smaltire, lo scenario che si presenta è ormai un classico: «Il responsabile di queste condotte non pensa proprio a fare ciò, sicché diventa nullatenente, si libera di tutti i beni, fallisce, con il risultato che lo Stato deve sobbarcarsi costi notevolissimi di bonifica».

“Giro bolla” a parte, c’è un altro delicato capitolo, ed è il ricorso alla filiera del recupero (formalmente virtuosa) come «ulteriore e più subdola tecnica di occultamento dei rifiuti».

DIFFERENZIATA MALATA. Si tratta di inserire rifiuti non recuperabili tra quelli che invece lo sono, e ritrovarseli magari nel suolo e sottosuolo, «nel caso in cui le materie “recuperate” vengano utilizzate nel campo delle costruzioni». Un tema di vasta portata considerando «gli ingenti quantitativi di aggregati riciclati impiegati nei cantieri delle grandi opere o, comunque, prodotti in filiere che presentano tali criticità, come per l’autostrada Valdastico».

I rifiuti usati nella composizione di sottofondi stradali, rilevati o altre opere a contatto con il suolo possono essere stati ottenuti «per effetto di una mera diluizione dei contaminanti, originariamente presenti nei singoli rifiuti ammessi a trattamento».

I NOMI FARLOCCHI. Ci sono stati composti di rifiuti pericolosi commercializzati come materia prima secondaria, «variamente denominati Rilcem, Conglogem o Concrete Green - scrive la Commissione - che sono stati distribuiti sul territorio nazionale». Ma con la stessa tecnica di occultamento della provenienza sono stati commercializzati sottoprodotti «destinati a Paesi extracomunitari come la Cina, l’India e la Malesia». Parliamo di uno smaltimento illecito di rifiuti industriali nel territorio regionale per centinaia di migliaia di tonnellate.

I COLOSSI A MONTE. Tra i produttori di rifiuti (pericolosi e non) poi smaltiti illecitamente ci sono società pubbliche e private di dimensioni nazionali e internazionali. La relazione cita la centrale termoelettrica Enel di Fusina (nella foto), Endesa Italia (centrali termoelettriche di Ostiglia, Tavazzano e Monfalcone), la Fincantieri (impianti di Fossò), la Acciaieria Servola di Trieste, la filiale di Venezia-Mestre della Gondrand. Una diffusa illegalità «in un contesto di assoluta quanto apparente normalità», chiosa la relazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti:rifiuti

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova