La psicologa: «Terapeutico parlare del dolore»

PADOVA. La storia di Giorgia è diventata, in breve tempo, per effetto dei social, un fenomeno anche mediatico che ha suscitato l’empatia di migliaia di persone, tra cui tantissimi giovani.
E, per lo più, perfetti sconosciuti. Qualcosa di impensabile per i meno giovani, e che tuttavia si deve in gran parte ad un modo diverso, prevalente nelle nuove generazioni, di gestire le emozioni: «I giovani d’oggi» spiega la professoressa Sara Mondini, docente di Psicologia all’Università di Padova, «sono molto più propensi a condividere tutto, anche il dolore, con i mezzi che hanno a disposizione: dai social network ai programmi di messaggistica.
“Distribuiscono” il dolore, anche a sconosciuti, e in questo trovano conforto. Un fatto impensabile per chi ha qualche anno in più: me compresa, che, trovandomi a notare questi comportamenti, inizialmente sono rimasta molto colpita. Ora non più. È un cambiamento che non passa inosservato, soprattutto quando diverse generazioni s’incontrano, ma non è» sottolinea la docente «un fatto negativo, anzi: parlare è terapeutico, di per sé. Raccontare, descrivere è un modo anche per rielaborare. Da docente, poi, noto anche un rovescio della medaglia, su cui mi interrogo: molti ragazzi, abituati alla vita pubblica e velocissima, hanno più difficoltà a comunicare verbalmente. Il rapporto diretto li mette in difficoltà e sono emotivamente molto fragili. Un adulto, in linea di massima, soffre nell’intimità e, quando deve affrontare una perdita, la elabora con i suoi tempi, condividendo la sofferenza con pochi intimi. Un giovane rimane più solo, più fragile. Quando si ferma, crolla tutto». (s.q.)
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