Morta dopo l’infiltrazione al collo, l'esperto: «Non bisogna confondere l’errore evitabile con l’evento inevitabile»

Il parere di Lorenzo Locatelli, avvocato esperto di responsabilità professionale e diritto delle assicurazioni: «Può accadere che, nonostante il massimo impegno e la correttezza delle cure, il risultato sperato non venga raggiunto»

Carlo Bellotto
Un intervento chirurgico in ospedale
Un intervento chirurgico in ospedale

Negli ultimi trent’anni i contenziosi legati alla sanità sono cresciuti in maniera esponenziale, trasformando la responsabilità medica in uno dei terreni più delicati del diritto civile e assicurativo. Se alla fine degli anni Ottanta le cause per malpractice sanitaria rappresentavano una quota minima rispetto agli incidenti stradali o agli infortuni sul lavoro, oggi il panorama è radicalmente cambiato: i pazienti sono più consapevoli dei propri diritti, la giurisprudenza ha ampliato le possibilità di accesso ai risarcimenti e le strutture sanitarie si trovano a fronteggiare richieste economiche sempre più rilevanti.

Negli ultimi anni i contenziosi sono diminuiti di numero, ma cresciuti di valore. Il tema è tornato d’attualità anche alla luce di alcuni recenti casi di cronaca, come le morti avvenute a Padova durante procedure mediche diverse, che hanno riacceso il dibattito sul confine tra errore sanitario, complicanza inevitabile e responsabilità professionale. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Locatelli, avvocato esperto di responsabilità professionale e diritto delle assicurazioni, docente all’Alma Mater di Bologna ed ex presidente dell’Ordine degli Avvocati.

Avvocato Locatelli, c’è stata una crescita delle responsabilità mediche accertate negli ultimi tempi?

«Il fenomeno non è propriamente degli “ultimi tempi”, ma degli ultimi decenni. Quando iniziai la professione, alla fine degli anni Ottanta, in uno studio che si occupava di diritto assicurativo e responsabilità civile, i casi di responsabilità professionale erano in percentuale irrisoria rispetto a oggi. I temi erano legati alla responsabilità stradale e agli infortuni sul lavoro; pochi, allora, i casi di malpractice sanitaria o di altre forme di responsabilità professionale».

Questo fenomeno è ancora in crescita?

«Negli ultimi anni, dopo una crescita molto forte soprattutto a inizio degli anni Duemila, ritengo che il fenomeno si sia abbastanza stabilizzato».

Com’è cambiata la sensibilità dei pazienti nel tempo?

«L’aumento del contenzioso, giudiziale o stragiudiziale, non dipende solo da una maggiore consapevolezza dei pazienti. Ha inciso molto anche l’evoluzione della giurisprudenza, che soprattutto sul piano civile ha reso più accessibile il risarcimento rispetto al passato. L’introduzione di voci di danno oggi ritenute normali, a partire da quello biologico, e alcune regole sulla ricostruzione del nesso causale hanno modificato profondamente il processo civile, rendendo meno difficile ottenere tutela».

Quali sono le specializzazioni più esposte alle richieste di risarcimento?

«Statisticamente alcune branche, come l’ortopedia, sono maggiormente esposte dal punto di vista numerico. Tuttavia, i casi economicamente più rilevanti riguardano ginecologia e ostetricia. I cosiddetti “baby cases” sono le fattispecie più temute perché, pur essendo rare, comportano i risarcimenti più elevati».

Quali sono i tempi medi per ottenere un risarcimento?

«Dipende dalla complessità del caso. Nei procedimenti più delicati servono valutazioni tecniche molto approfondite. La soluzione di queste controversie passa anzitutto attraverso il lavoro degli specialisti medici prima ancora che di avvocati e giudici. Ed è proprio sulle valutazioni tecniche che spesso si sviluppa il confronto: dall’esistenza o meno dell’errore alla presenza di un nesso causale tra l’errore stesso e il decesso o il peggioramento delle condizioni di salute».

Come reagiscono i medici a questa situazione? Ricorrono a polizze personali oltre a quelle delle strutture?

«La normativa prevede l’obbligo assicurativo sia per i medici sia per le strutture sanitarie, che possono anche ricorrere a misure equivalenti di garanzia. Oggi molti giovani medici avvertono immediatamente la necessità di avere una copertura assicurativa adeguata, per poter lavorare con maggiore serenità. Sono consapevoli del rischio di un’aggressione patrimoniale, anche se la riforma del 2017, la legge Gelli-Bianco, ha cercato di spostare il baricentro della responsabilità dalla persona del medico alla struttura sanitaria».

L’aumento delle pressioni sui medici può accrescere il rischio di errore?

«Più che aumentare direttamente gli errori, la pressione favorisce il ricorso alla medicina difensiva. Nel dubbio si prescrive un farmaco in più o si opta per un intervento che forse non sarebbe necessario — pensiamo all’aumento dei parti cesarei — perché il medico teme conseguenze legali. Ma questo approccio può rivelarsi dannoso per il paziente e comporta costi inutili per la collettività. La nuova normativa ha l’obiettivo di limitare questo fenomeno».

Di recente hanno colpito i casi di Padova: una donna morta dopo un’infiltrazione al collo e una commercialista deceduta durante una coronarografia a causa del blocco di un macchinario. Possono rientrare nella malasanità?

«Il concetto di malasanità presuppone un errore o un evento negativo riconducibile a una responsabilità. Ma spesso si tende a confondere l’errore evitabile con l’evento inevitabile. Può accadere che, nonostante il massimo impegno e la correttezza delle cure, il risultato sperato non venga raggiunto. Si entra nell’ambito delle complicanze prevedibili ma non prevenibili, per le quali né il medico né la struttura possono essere chiamati a rispondere».

 

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