Morta sotto il camion dei rifiuti: operatori ecologici a processo
L’incidente quasi tre anni fa a Chiesanuova, vittima l’82enne Shulamit Ginosar. Il mezzo della coop Brodolini che lavorava per conto di Aps era in retromarcia

A quasi tre anni dall’incidente il prossimo 11 giugno potrebbe esserci la sentenza destinata ad accertare (o meno) le responsabilità per la morte di Shulamit Ginosar, l’82enne padovana, ennesima vittima della strada.
Davanti al giudice Laura Chillemi, sul banco degli imputati per cooperazione in omicidio stradale l’autista di un mezzo della nettezza urbana della cooperativa Giacomo Brodolini (che operava per conto di Aps all’epoca del fatto) F.I., 43enne di Mestre (difensori gli avvocati Elena Toffano e Orietta Baldovin), e il collega con funzioni di raccoglitore manovratore A.A.S., 30enne di Mestre (avvocato Pietro Caffa). Negligenza, imperizia e imprudenza nel loro operato le accuse contestate dalla procura: l’autista non avrebbe regolato la velocità rispetto al luogo dove stava lavorando e non avrebbe neppure rispettato le indicazioni del datore di lavoro per minimizzare i rischi secondo quanto previsto (e imposto) dai protocolli di sicurezza.
Un rilievo quest’ultimo mosso anche al collega che era a bordo della cabina. L’incidente avviene l’1 giugno 2023 intorno alle 9.30 a Padova nel quartiere di Chiesanuova. Al volante del veicolo speciale Iveco addetto alla raccolta dei rifiuti F.I. che transita lungo via Edison proveniente da via Dini. All’incrocio con via Forlanini, effettua la manovra per imboccare l’arteria in retromarcia e raggiungere l’isola ecologica. E a 30 metri dal traguardo, investe la signora Shulamit Ginosar, residente a poco più di due chilometri in via Della Biscia. La signora sarebbe sbucata dagli stalli dove sono in sosta le auto senza accorgersi del mezzo, nonostante l’attivazione del cicalino. Colpita dalla parte posteriore del camion, viene spinta nella direzione di marcia dell’autocarro e arrotata dalle ruote posteriori di destra. Solo l’urlo della vittima fa arrestare il mezzo. Viva, ma gravissima, è trasferita in ospedale. Invano: morirà quasi subito.
La consulenza affidata dalla procura all’ingegnere Gherardo Fais mette in luce alcuni elementi critici come la velocità del mezzo durante l’urto, calcolata in 16 chilometri orari, troppo per una strada così stretta; e ancora il fatto che l’altro operatore ecologico, A.S., sia rimasto a bordo della cabina di guida anziché scendere per fornire indicazioni al conducente e avvertire la signora di stare ferma. Tuttavia viene anche osservato che la pedone avrebbe dovuto dare la precedenza al mezzo in retromarcia il cui avvicinamento era visibile e percepibile tramite l’avvisatore acustico.
Una conclusione in parte contestata dall’esperto della difesa, il perito Roberto Talamini che ha osservato: «L’autista aveva in funzione i lampeggianti gialli e il potente cicalino ed era visibile sia per la dimensione che per i lampeggianti nonché udibile per il fastidioso rumore del motore e del cicalino». Quanto alla vittima è emerso che assumeva per l’insonnia un farmaco appartenente alla categoria delle benzodiazepine. Il che si sarebbe tradotto – a giudizio della dottoressa Viviana Ananian (consulente delle difese) – in uno stato di riduzione delle performance “globali” della vittima al momento dell’evento, «un’alterazione psico-fisica indotta da farmaco psicoattivo ad effetto ipnotico-sedativo». L’ultima parola spetta alla giudice.—
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