«Pochi sacerdoti? I laici li sostituiranno in alcune funzioni»

Gui, direttore della Scuola di Formazione della Diocesi sostiene il “cristianesimo primitivo” del vescovo Cipolla
Di Cristiano Cadoni

«Sorpreso? No, Per chi ha seguito don Claudio in questi suoi primi mesi a Padova, le sue parole sono abbastanza in linea con l’impostazione che sta dando alla nostra chiesa. Ha espresso concetti che in forma latente si potevano cogliere. E poi piacciono l’energia e l’entusiasmo che ci sta mettendo».

Luigi Gui, direttore della Scuola di Formazione all’impegno sociale e politico della Diocesi di Padova e docente di Sociologia all’università di Trieste, sembra affascinato dal disegno di cambiamento della chiesa che il vescovo Cipolla ha illustrato al nostro giornale. E non crede che l’annuncio di un ritorno a un cristianesimo primitivo - a comunità di cristiani piccole e in qualche modo anche slegate dalle parrocchie - possa avere un effetto destabilizzante sui fedeli. «Don Claudio ha parlato di cristianesimo primitivo», attacca Gui, «in realtà non si torna mai indietro. Lo spirito può evocare la chiesa di una volta, ma le condizioni sono diverse. Il vescovo si riferisce a una situazione in cui c’è un laicato che sta facendo un percorso di maturazione – peraltro già introdotto dal Concilio – e in cui tutto il popolo di Dio è responsabile. Semmai c’è un altro aspetto...».

Ovvero?

«Noi abbiamo nostalgia del principio di autorità della chiesa, ma in questo disegno non c’è più un principio unificante che offra rassicurazioni. Già il laicato reinterpreta individualisticamente le indicazioni della chiesa, poi può sconcertare sentirsi dire che questo principio di autorità non è più dato».

Che conseguenze può avere tutto questo?

«Nessuna, a condizione che un’apparente riduzione dell’autorità sia accompagnata da un aumento dell’autorevolezza, da una chiesa capace di relazioni più mature e con maggior spessore culturale. Lo sconcerto ci sarà dunque in chi è nostalgico di un passato che già non esiste più. Chi stava cercando una semplificazione della realtà e immaginava una chiesa omogenea, ora sa di non potersi confrontare con un insieme così omogeneo”.

E i preti come accoglieranno questa novità?

«C’è uno scompaginamento del ruolo nel senso tradizionale e può essere un motivo di crisi. Ma è una situazione già esistente, la vediamo già. Lo stiamo solo dicendo a voce alta. Il prete è già poco confortato nel suo vestito tradizionale. Dovrà cercare con più profondità le ragioni della sua missione. Potrebbe trovarsi in difficoltà nella sua rete di relazioni. Però i giovani già adesso fanno i conti con tutto questo. Sono attesi da un cambiamento inevitabile. Come meri erogatori di servizi sono destinati a spegnersi».

Ma non c’è il rischio che i preti, in questo modello, risultino essere quasi superflui?

«No, un prete che abbia autorevolezza e spirito vivo resta sempre necessario, direi anzi fondamentale. Chi è lievito, insomma, lo sarà ancora. Certo, se uno si immagina una sorta di eroe solitario, questo sarà sempre più difficile. Un prete collegato alle comunità, invece – comunità piccole e significative, dice il vescovo – può esprimere spunti importanti e anche avere un consenso. Semmai il rischio è un altro».

Quale?

«Che in una situazione di incertezza diffusa, di disagio esistenziale, di ricerca di punti di riferimento, il prete possa enfatizzare oltremisura la sua funzione carismatica, catalizzando folle. In questo modo si potrebbe confondere il messaggio».

E non c’è anche il rischio che queste piccole comunità in qualche misura autonome possano allontanarsi dalla chiesa madre?

«Non credo che siano immaginabili comunità senza il riferimento di un prete come pastore. D’altra parte il vescovo parla di diocesi molto unita in questa azione e chiarisce che queste comunità non saranno autonome. Si possono anche riunire senza la presenza di un prete, ma non si può pensare che possano fare a meno di un legame vitale con i loro pastori. Guardiamo altri paesi, per esempio quelli dove la chiesa ha missioni importanti: per migliaia di fedeli ci sono due o tre preti. Si tratta di comunità più o meno grandi che si incontrano ma non sono mai abbandonate. Il parroco per loro resta un elemento di unità e sintesi».

E dove non ci sono abbastanza preti, ci saranno laici più attivi. E' così?

«È interessante la valorizzazione dei ministeri che il vescovo ha fatto intuire. I laici sono destinati a fare cose che siamo abituati ad attribuire solo ai preti. Dal far fare la comunione ad alcuni aspetti delle celebrazioni funebri, il loro ruolo può essere più significativo. Ma ripeto, sempre con la presenza di un pastore».

In mezzo a questo cambiamento torna in discussione anche la capacità della chiesa di formare figure politiche?

«La chiesa di Padova ha una grande tradizione nella formazione dei cittadini. Sono fiducioso che continuerà ad avere questo ruolo. C’è comunque un motivo di ottimismo. Finora don Claudio, parlando di chiesa, non si è mai riferito soltanto ai preti. Ha sempre richiamato a una condivisione dell'impegno e delle responsabilità verso il mondo. Una funzione di questo tipo è per forza di cose molto laica, pur essendo sempre collegata alla fede. Io credo che la chiesa di Padova continuerà a creare spazi di crescita per queste coscienze. Altra cosa, semmai, è la filiera dalla quale esce una classe dirigente».

Si è guastata da un pezzo.

«La funzione di coeducazione e l’impegno civico sono ineliminabili, dal momento che i laici sono chiamati a una corresponsabilità. Il contesto generale semmai è cambiato, non ci sono più i partiti di massa, è più difficile verificare che aver concorso a formare delle persone abbia un esito immediato. Però poi se si guarda con attenzione, soprattutto nei paesi piccoli, si vede che c’è l’impegno attivo di tante persone che sono cresciute in contesti parrocchiali. Magari si fa fatica a costruire aggregazioni, oppure ci può essere una carenza di partecipazione, ma un certo tipo di formazione resta ed è identificabile».

Con il sinodo il vescovo sta dando grande responsabilità ai giovani. Ma non è utopistico aspettarsi un loro contributo nel disegno della nuova chiesa?

«Io auspico che venga fuori qualcosa di buono. Intanto però questa mossa è figlia di una intuizione sociologicamente brillante. Le nuove generazioni hanno un deficit di partecipazione che è anche conseguenza di un deficit di chiamate. Sono cresciute consumando proposte già confezionate, dunque sono consumatori più che produttori e sono più spesso passivi e poco responsabili. Chiamarli a una corresponsabilità è un gesto che ha una potenza notevole. Ma è anche una scommessa impegnativa. Se tu chiedi ai giovani di partecipare, poi devi mettere in conto che l'esito sia inedito. Non puoi avere in mente tutto e chiedergli solo di confermare un copione già scritto. Questo è molto coraggioso».

Crede che verrà fuori qualcosa di buono?

«L’esito può essere interessante. Nelle comunità potremmo avere comunque più ragazzi coinvolti, ci vorrà anche una capacità organizzativa per raccogliere tutti gli spunti che arriveranno, e anche questa è una scommessa. Bisogna che tutto sia fatto perché il loro contributo sia accolto nel modo giusto e non ci sia una disillusione. Anche per il mondo associativo, che sta vivendo una fase di sofferenza, questa è una sfida. In questa chiamata del vescovo possono trovare lo spunto per uscire dall’isolamento e mettersi in gioco. Ci sono tanti motivi per essere ottimisti. E c’è il fatto che il vescovo ha fatto intendere di non voler essere un uomo solo al comando. In questo si sta rendendo ancora più autorevole».

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