Porracchia, uno studio dell’Università di Padova per limitare il rischio di infestazione

lavoro in tandem con consorzio bacchiglione e regione. L’anno scorso speso 1 milione di euro per lo smaltimento delle piante rimosse nell’area consortile

Alessandro Cesarato
Infestazione di porracchia in alcuni punti del canale Novissimo a Codevigo
Infestazione di porracchia in alcuni punti del canale Novissimo a Codevigo

Nei canali e nei fossi del Piovese cresce senza controllo una pianta che molti ricordano come elegante ornamento da acquario o da laghetto artificiale. È la “Ludwigia hexapetala”, conosciuta localmente come porracchia. La sua diffusione è tuttavia fuori controllo e crea non pochi disagi, anche economici: da qui l’impegno dell’ente consortile che sta investendo nella ricerca con l’Università di Padova.

I fusti possono arrivare fino a due metri, in parte eretti e in parte galleggianti, e portano piccoli fiori gialli che spuntano tra le masse verdi. La pianta si diffonde rapidamente e copre interi tratti d’acqua, trasformando fossi e scoli in veri e propri prati galleggianti.

Il fenomeno è particolarmente evidente lungo il canale Novissimo a Codevigo, dove le masse compatte di piante rallentano il deflusso, alterano gli ecosistemi e in caso di piena possono diventare un rischio idraulico concreto. L’espansione della specie è favorita dai cambiamenti climatici. Inverni più miti e regimi idrici alterati ne accelerano la crescita e la sopravvivenza. Nei fossi minori e nei canali principali del Piovese la diffusione è ormai diffusa, ma nel territorio di Codevigo il problema appare al massimo, con tratti di acqua quasi completamente coperti dalla vegetazione.

Il Consorzio di bonifica Bacchiglione segue attentamente la situazione. «Per fronteggiare i cambiamenti climatici servono risposte innovative», spiega il presidente Silvano Bugno. Il Consorzio collabora con il Dipartimento Dafnae dell’Università di Padova e con la Regione in un progetto articolato che prevede mappatura della diffusione, analisi biologica e fenologica della specie, valutazione degli impatti idraulici e individuazione delle tecniche di gestione più efficaci. Il problema non è solo ambientale. Nel 2025 il Consorzio ha speso quasi un milione di euro per lo smaltimento delle piante rimosse, che devono essere estirpate radicalmente perché un semplice sfalcio le fa riprodurre più vigorose.

La “Ludwigia” si propaga anche per frammenti trasportati dalla corrente, formando nuclei densi e resistenti al freddo, capaci di modificare pH e ossigenazione dell’acqua, favorendo ristagni e la proliferazione di insetti. Tra le soluzioni allo studio c’è anche il possibile recupero dei residui vegetali per uso agricolo, ma il trasporto resta costoso in proporzione al possibile beneficio visto che parliamo di una pianta che è composta per l’80% da acqua. Essendo una specie aliena invasiva soggetta a restrizioni europee, la “Ludwigia” non può essere né commercializzata né dispersa in natura.

Anche i cittadini sono chiamati a collaborare. Ogni intervento manuale è utile solo se l’estirpazione è completa, senza lasciare residui nel canale. «La sfida è contenerla con metodo e conoscenza», conclude Bugno, «perché ogni ostacolo al flusso nei nostri fiumi e canali può trasformarsi, alla prima piena, in un problema collettivo». I blocchi compatti che si possono notare lungo i corsi d’acqua rendendo evidente quanto urgente sia intervenire per preservare l’equilibrio idraulico e ambientale della zona.

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