Segregata per tre anni dal marito-padrone: condannato a 5 anni e mezzo
L’uomo è risultato colpevole di maltrattamenti aggravati, anche mentre la donna era incinta e alla presenza del figlio minorenne. I vicini parlavano di “generici litigi”

Cinque anni e sei mesi di reclusione. È la condanna inflitta dal Tribunale di Padova nei confronti di un albanese, classe 1988, disoccupato e da tempo residente in Italia, una sentenza che va ben oltre i 3 anni sollecitati dalla procuratrice Camilla Urbati.
L’imputato è stato riconosciuto colpevole di maltrattamenti aggravati ai danni della moglie, reati consumati anche mentre lei era incinta e alla presenza del loro figlio minorenne.
Alla vittima, costituita parte civile con l’avvocata Linda Pallua, è stata riconosciuta una provvisionale di 50 mila euro. La vicenda affonda le sue radici in Albania, dove i due si conoscono e si sposano quando lei ha appena 18 anni.
Nel 2019 il ricongiungimento in Italia, in un appartamento di Pontevigodarzere: lì la coppia si stabilisce insieme alla madre di lui.
Per la sposa, subito rimasta incinta, l’arrivo a Padova coincide con l’inizio di un incubo domestico.
Il marito le impone una lunghissima serie di divieti e privazioni. Alla donna viene sottratto il cellulare dopo un solo mese dal suo arrivo; le viene proibito di uscire, se non per rari impegni legati all’asilo del figlio e solo in caso di impossibilità della suocera.
Le restrizioni colpiscono anche la sua libertà personale: costretta a vestirsi come una donna anziana, obbligata a indossare il velo (anche se in molte foto è senza), con le tapparelle di casa abbassate affinché nessuno potesse vederla dall’esterno.
A ciò si aggiungevano aggressioni fisiche subite nonostante il pancione e la pratica sistematica del marito di chiuderla in casa a chiave.
Un inferno durato tre anni, fino al 2022, quando la donna riesce a trovare le chiavi, a scappare e a prendere un taxi per la stazione.
Poi la fuga verso Merano da parenti e la denuncia prima del trasferimento in un centro anti-violenza. La procura all’inizio aveva chiesto l’archiviazione del caso poiché i medici non avevano riscontrato lesioni e i vicini parlavano solo di “generici litigi”.
Tuttavia, la gip Laura Alcaro ha ordinato l’imputazione coatta, portando l’uomo a processo.
L’imputato ha negato ogni accusa, esibendo come prova di presunta libertà i messaggi in cui la moglie gli indicava la spesa da fare; sms che si sono rivelati un boomerang, confermando l’impossibilità della donna di uscire.
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