Suore uccise in Burundi, la giornalista che ha fatto riaprire il caso: «Ora tutta la verità»
Giusy Baioni è l’autrice dell’inchiesta che ha ricostruito omissioni e contraddizioni: «Per l’omicidio di Bernadetta, Olga e Lucia da 12 anni in carcere un innocente»

C’è una luce che si riaccende, 12 anni dopo. Non è un riflettore abbagliante, ma una fessura netta nel buio che per troppo tempo ha avvolto il triplice omicidio di suor Olga Raschietti, suor Lucia Pulici e suor Bernardetta Boggian, le tre missionarie saveriane uccise nel settembre 2014 a Kamenge, in Burundi. A riaccenderla è stata la giornalista Giusy Baioni, che fin da subito ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.
Oggi quella scelta ostinata trova una prima, clamorosa svolta: la Procura di Parma ha riaperto il caso fino all’arresto del burundese Guillaume Harushimana. Un passaggio tutt’altro che scontato, maturato anche grazie al libro pubblicato da Baioni nel 2022, “Nel cuore dei misteri”, un’inchiesta che ha ricostruito omissioni, contraddizioni, piste mai davvero battute. «Finalmente un senso a otto anni di lavoro», dice la giornalista.
Otto anni di viaggi, telefonate, testimonianze raccolte con cautela in un Paese dove la democrazia resta fragile e la paura non è mai un dettaglio. «Non me l’aspettavo», ammette. «Ci speravo, visto che una Procura aveva deciso di prendere in mano la questione. Ma non me l’aspettavo». Il suo è stato un lavoro in salita. Quando ha iniziato a capire che dietro quel delitto poteva esserci qualcosa di molto più grande di una lite degenerata, che l’ombra della polizia segreta si allungava sulle tre morti, ha dovuto rallentare, cambiare passo, indagare in silenzio.
Proteggere le fonti, proteggere se stessa. Senza clamore, ma senza mai mollare. Nel frattempo il Burundi è rimasto un Paese sospeso, attraversato da tensioni politiche, repressioni, diritti fragili. E la vicenda delle tre suore – suor Bernardetta, 79 anni, di Ospedaletto Euganeo, suor Olga, 83, di Montecchio Maggiore, e suor Lucia, 75, di Desio – sembrava destinata a finire nell’archivio delle tragedie lontane. Una notizia che si consuma in pochi giorni, poi il silenzio. Quel silenzio Baioni non l’ha accettato.
Nel suo libro ha messo in fila fatti, date, testimonianze. Ha evidenziato le incongruenze, le versioni ufficiali che non tornavano. Ha insistito su una domanda: perché? Perché tre missionarie anziane, impegnate in attività educative e sociali, dovevano morire così? E soprattutto: a chi conveniva? «Chi è stato arrestato, potrebbe ora dire il vero motivo di questo triplice omicidio». È una frase che pesa. Non è un’accusa, è un auspicio. Perché la riapertura del fascicolo non è la fine di un percorso, ma l’inizio di un iter giudiziario che dovrà accertare responsabilità, ruoli, contesti.
«Devo dire che sono stati veramente coraggiosi», sottolinea Baioni riferendosi agli inquirenti che hanno deciso di riaprire un caso rimasto troppo a lungo sospeso. «È come una piccola luce che si accende: dimostra che la giustizia è ancora possibile». C’è però un altro livello, più profondo. «Quello che mi aspetto è che non si dia più per scontato che questo tipo di crimini resti senza un responsabile, senza prigione, senza punizione, senza nulla», afferma.
È un messaggio che va oltre le tre missionarie. Parla di impunità, di sistemi fragili, di vite spezzate in contesti dove lo Stato di diritto fatica a imporsi. In queste ore la giornalista ha sentito i familiari delle vittime. Con Anna Boggian, sorella di suor Bernardetta, lo scambio è stato sobrio, quasi trattenuto. Un messaggio, poche parole, l’invito ad aspettare. «Anna ci ha tenuto a sottolineare l’importanza del lavoro che ho fatto», racconta Baioni con commozione. C’è anche una riflessione che sa di fede e di giustizia insieme.
«È come se l’uccisione di Bernardetta, insieme a Lucia e Olga, acquistasse adesso un altro senso con questo messaggio contro la lotta all’impunità. È come se unissero di nuovo il loro destino, che hanno sacrificato per quelle popolazioni, anche con un segnale forte in queste terre da decenni martoriate. Senza stato di diritto è come una piccola luce che si accende, che dimostra che la giustizia è ancora possibile». Ma la partita non è chiusa. «In Burundi da 12 anni è in carcere un innocente: non scordiamoci di quest’uomo» chiosa.
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