Violenze sessuali in corsia, parla una vittima: «Quel medico mai pentito e l’ospedale in silenzio»

Ambulatorio Prep a Padova, la testimonianza di uno dei pazienti che ha denunciato il dirigente medico Francesco Barbaro, al centro di una indagine per violenza sessuale continuata ed aggravata

Il reparto Malattie infettiva dell'Azienda Ospedale Università di Padova
Il reparto Malattie infettiva dell'Azienda Ospedale Università di Padova

Ha poco più di 30 anni, gli occhi profondi e l’aria timida. Eppure Francesco (nome di fantasia per tutelare la sua identità) ha coraggio da vendere: è una delle quattro vittime (presunte finché non c’è una sentenza di primo grado) del dirigente medico Francesco Barbaro, 50 anni di Teolo, l’infettivologo responsabile dell’ambulatorio Prep dell’Azienda ospedaliera (specializzato nella profilassi da Hiv e di malattie sessualmente trasmissibili) al centro di un’indagine per violenza sessuale continuata e aggravata.

Francesco ha deciso di parlare a nome di tutte le quattro vittime, giovani pazienti dell’ambulatorio che si sono costituiti parte civile nei confronti del medico che sarà giudicato il prossimo 17 giugno con rito abbreviato: «Vogliamo dare un segnale e dire a quanti hanno subito violenza “Non state zitti”».

Violenze all'ambulatorio Prep di Padova, parla una vittima: "Quel medico poteva essere fermato prima"

Lei era andato per un normale controllo medico, che cosa è accaduto?

«Inizialmente è stato camuffato come normale prassi medica, poi la situazione è degenerata in una violenza sessuale. C’è chi ha reagito, chi è rimasto impietrito».

Qualche paziente era stato mortificato...

«È agli atti: una delle vittime aveva soggezione di lui avendo saltato la terapia. Il medico si era arrabbiato, quindi aveva detto “mettiamoci una pietra sopra”. La pietra sarebbe stato il bacio in bocca con la stretta delle natiche, come gesto di pace. È uno che sa cogliere la fragilità delle persone».

La difesa parla di violenza di minor gravità.

«No, sono state violenze fortemente invasive».

Siete stati supportati?

«La percentuale che denuncia tra gli uomini è piccolissima perché mancano le istituzioni di aiuto per un percorso psicologico. I centri anti-violenza hanno fondi destinati alle donne che non possono essere impiegati per gli uomini vittime».

Le denunce non sono state subito accolte in Procura e in Azienda ospedaliera. Che cosa è successo?

«Una prima denuncia e un reclamo all’Azienda ospedaliera sono stati archiviati. L’inchiesta penale riparte perché la seconda vittima si oppone. Il pm Dini prende in mano l’indagine, ascolta le vittime. E i dirigenti ospedalieri che ribadiscono di non sapere nulla. Ma non è così: un utente era uscito frastornato dalla visita dicendo che era stato toccato, ma hanno creduto al medico. Le visite erano senza infermiere, senza guanti e a porta chiusa. E ho trovato grave che la dirigente del reparto abbia parlato di “popolazione borderline” a proposito degli utenti del servizio che vogliono solo proteggersi».

Quanta omertà c’è stata?

«C’è paura tra i giovani di fronte a un medico economicamente forte. C’è anche la paura di non essere creduti. I carabinieri sono stati di gran supporto, ma il Centro anti-violenza non ha potuto erogare a noi alcun aiuto».

Rifarebbe quello che ha fatto? Il medico ha offerto 5.000 euro di ristoro...

«Assolutamente. Denunciare è l’unica maniera per fermare le violenze; bisogna avere senso civico. Riteniamo i 5.000 euro un acconto, la richiesta è 15.000. C’è stata una condotta seriale da parte di un medico pubblico ufficiale che non ha mai manifestato pentimento. E le scuse non sono arrivate neanche dall’Azienda ospedaliera. Da parte dell’ospedale sono mancate una serie di attenzioni: non si tutela così la sanità pubblica».

 

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