Trinca-Veneto Banca, battaglia dal giudice per le linee di credito

TREVISO. All’inizio fu il ministro Claudio Scajola. Che si comprò una casa “a sua insaputa” lanciando così una tendenza, quella dell’inconsapevolezza. Una formula che altri politici hanno usato a profusione per spiegare case a Montecarlo, vacanze in Toscana, polizze assicurative.
Gli emuli veneti non sono mancati, ma vanno cercati nella classe dei banchieri. Il presidente della Popolare di Vicenza Gianni Zonin, interrogato dai magistrati, ha negato di essere a conoscenza dei finanziamenti baciati, ossatura del credito dell’istituto. Ma è soprattutto l’ex presidente di Veneto Banca, Flavio Trinca, ad aver fatto l’uso più compiuto del principio in questione sostenendo - di fatto - di essersi ingannato a sua insaputa.
È quanto rileva l’istituto di credito in una memoria depositata in tribunale a Treviso, relativa al decreto ingiuntivo con cui gli viene chiesta la restituzione di 1,7 milioni di euro di finanziamento. L’ex presidente si è opposto al provvedimento contestando alla Popolare una serie di inadempienze e sollevando eccezioni che la banca ha liquidato come “grottesche”, posto che “l’ipotetico inadempimento della banca è comunque addebitabile allo stesso Trinca” che ne era il vertice.
Ancora: «Non è chiaro se l’eccezione significhi che Trinca si è raggirato da sè medesimo perché non era in grado di svolgere il proprio compito di legale rappresentante della banca», scrive l’avvocato Ettore Maria Negro, legale dell’istituto. «Il contenzioso è pendente, ma il decreto opposto è esecutivo», sottolinea per Veneto Banca l’avvocato Antonio d’Alesio.
Tutto nasce dalla decisione con cui Veneto Banca, nel dicembre di due anni fa, decide il recesso per giusta causa da tutti i rapporti con l’ex presidente, invitandolo a pagare entro 15 giorni la somma di 1,744 milioni. Trinca si oppone al decreto ingiuntivo che gli viene notificato nel febbraio 2016 sostenendo, tra l’altro, di non essere in possesso della documentazione contrattuale e contabile inerente tali rapporti in quanto la banca non gliela avrebbe mai consegnata; rilevando l’annullabilità di altri atti in quanto compilati in modo irregolare; accusando inoltre l’istituto di violazione degli obblighi di correttezza e buona fede per avergli concesso ulteriore credito pur conoscendo la pregressa esposizione.
In sostanza Trinca contesta a Veneto Banca di non aver fatto bene il suo lavoro e non sembra impensierirlo il fatto che ci fosse lui a presiederla. Sbigottita è invece la nuova direzione che nella memoria di risposta presentata al giudice Deli Luca parla di «argomenti pretestuosi».
E sottolinea la contraddizione: «Trinca nella sua qualità di legale rappresentante della banca avrebbe dovuto fare in modo che gli estratti conto gli fossero inviati e nella qualità di cliente della banca da lui amministrata, poteva con estrema facilità ottenere tutta la documentazione che gli necessitava», si legge nell’atto.
Nella sua memoria l’ex presidente sostiene di aver sorvolato sul mancato rispetto di alcune formalità da parte dell’istituto. «Paradossale», replica la banca, perché Trinca «non è un soggetto terzo, un cliente inconsapevole: si tratta del legale rappresentante della banca che era tenuto per legge ad operare nel rispetto di quelle formalità».
Di più. L’ex presidente obietta la nullità del finanziamento concessogli in quanto privo di causa: l’operazione, sostiene Trinca, sarebbe stata «consigliata e indotta dai funzionari» e si sarebbe risolta «in un mero artificio contabile a esclusivo vantaggio della banca».
La replica: «Dovremmo credere che il presidente Cda sia stato raggirato dai suoi dipendenti e che la banca abbia perpetrato un vantaggio ingiusto (...) Non è chiaro se l’eccezione significhi che Trinca si è raggirato da sè medesimo perché non era in grado di svolgere il proprio compito di legale rappresentante della banca».
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