Scarse condizioni di sicurezza e operai in nero: laboratorio tessile sequestrato a Vigonza

Nello stesso capannone del 2008 si erano alternate quattro diverse ditte che avevano accumulato 2,6 milioni di debiti con l’Erario e poi erano state rese insolventi. Il titolare è stato denunciato dalla Finanza

I sigilli al laboratorio di Vigonza
I sigilli al laboratorio di Vigonza

Un sistema di frode fiscale radicato nel tempo e un ambiente di lavoro segnato dal degrado più assoluto sono stati smantellati a Vigonza grazie a un’operazione congiunta delle Fiamme Gialle del comando provinciale di Padova e dell’Ispettorato del lavoro. Al centro dell’indagine, volta alla tutela del made in Italy e delle filiere produttive nazionali, è finito un laboratorio tessile di circa 80 metri quadri, all'interno del quale i finanzieri hanno scoperto una realtà fatta di illegalità diffusa e pericoli strutturali.

L'immobile, insieme a 10 macchinari e 10 banchi da lavoro, è stato sottoposto a sequestro d'urgenza, poi convalidato dal giudice per le indagini preliminari, dopo che gli ispettori hanno accertato condizioni di sicurezza totalmente assenti e l’impiego di due operai clandestini, privi di regolare contratto e di permesso di soggiorno.

L’amministratore della struttura, che operava su commesse di aziende locali, è stato segnalato alla Procura per gravi violazioni delle norme antincendio e antinfortunistiche, oltre che per il reato di impiego di manodopera clandestina. Gli accertamenti hanno infatti evidenziato lacune normative come la mancata redazione del documento di valutazione dei rischi e l'assenza di qualsiasi formazione obbligatoria per il personale.

L’aspetto più inquietante emerso dall’approfondimento investigativo riguarda però la gestione finanziaria del laboratorio: dal 2008 a oggi, quattro diverse ditte amministrate da stranieri si sono alternate nello stesso spazio fisico seguendo lo schema delle imprese "apri e chiudi". Queste società, dopo aver accumulato debiti con l'Erario per oltre 2,6 milioni di euro, venivano sistematicamente rese insolventi per poi trasferire personale, macchinari e portafoglio clienti in una nuova entità costituita ad hoc, cambiando semplicemente partita Iva e ragione sociale.

Tale meccanismo, basato sul ricorso a imprese "di comodo" e sul totale spregio delle regole contributive e di sicurezza, permetteva di applicare prezzi fuori mercato, alimentando una concorrenza sleale che danneggia gravemente gli operatori onesti del comparto tessile padovano.

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