Il Caffè Pedrocchi torni il tempo del civile conversare

Sullo Stabilimento è come se per molto tempo i padovani si fossero addormentati. Ma tutto è recuperabile

Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi
L’esterno del Caffè Pedrocchi, monumento civile di Padova, inaugurato nel 1831da Antonio Pedrocchi foto agenzia bianchi
L’esterno del Caffè Pedrocchi, monumento civile di Padova, inaugurato nel 1831da Antonio Pedrocchi foto agenzia bianchi

Riconosciamolo con franchezza. L’articolo del direttore di questo giornale, Paolo Possamai, ha avuto l’effetto di scoperchiare una vaso di Pandora. Il suo è stato, vien da credere conoscendolo un po’, innanzi tutto un grido di dolore, prima ancora che un grido d’allarme, che denuncia una situazione di autentico degrado di uno dei beni culturali più iconici ed importanti della città.

Paolo Possamai ha una formazione accademica di storico dell’arte, e tale background è stato forse la molla che ha fatto correre le dita sulla tastiera del computer per scrivere quell’articolo. C’è voluto un giornalista di razza e di buona cultura ma non-padovano, né di nascita né di residenza, per aprire quel vaso di Pandora. Sembra un po’ come se uomini (e donne) di cultura, con sufficiente sensibilità storico-artistica, in una città come la nostra, che in essa vivono e operano, non ce ne fossero. Come se ci fossimo tutti un po’ addormentati, distratti da altro, e ora improvvisamente ci svegliamo tutti e “come un sol uomo” ci stracciamo le vesti. Insomma, dove eravamo, tutti, sino ad ora, mentre il Pedrocchi andava in malora?

CASO PEDROCCHI, PER APPROFONDIRE

La vicenda riguarda anche più da vicino il ceto politico che ha amministrato la città non negli ultimi anni, o adesso, ma negli ultimi decenni. Perché quel degrado è risultato di molto tempo mal speso da chi avrebbe dovuto occuparsi di un bene storico-artistico come il Pedrocchi.

Diciamo anche che la situazione, per quanto assai penosa, è sicuramente recuperabile. Le incredibili sciatterie che deturpano il Pedrocchi sono facilmente rimovibili, come è già stato fatto per il Tv color posizionato nel camino della sala Verde. Né è difficile è riaggiustare la situazione per quanto riguarda gli aspetti di utilizzo disfunzionali rispetto all’impianto architettonico originale. E così per tutto il resto. Canti e balli compresi. Anche sul piano delle necessarie attività di manutenzione straordinaria si può procedere senza ulteriori indugi, come pare si sia, ora, intenzionati a fare. Il problema vero è quello di dare vita ad un progetto che sia insieme culturale e gestionale per l’utilizzo di questo straordinario Stabilimento, secondo la precisa volontà del donatore.

Il caso del Pedrocchi va visto come un caso dell’utilizzo anche a fini commerciali di un bene storico-artistico pubblico. Siamo in una situazione in cui va sicuramente incoraggiata la joint venture tra pubblico e privato, ma il privato va messo sotto stretto controllo, con una Commissione ad hoc o come si vuole altrimenti. Il profitto non può e non deve diventare una “variabile indipendente”, né per il privato né per l’istituzione pubblica che non è autorizzata a considerare il bene alla stregua di un bancomat per rimpinguare le casse pubbliche. È un principio ovvio, su cui si reggono le gestioni di altri beni culturali, diversi per natura e “vocazione”, anche a Padova. Lo Stabilimento Pedrocchi deve tornare a essere quel “tempio del civile conversare” che è stato. 

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