L’addio alla prof uccisa dal nipote, gli studenti: «Grazie per aver creduto in noi». Poi le note di Morricone
A San Stino nella mattinata di venerdì 3 luglio il funerale di Chiara Guerra, accoltellata a morte dal nipote di 17 anni. In chiesa i familiari, il monito del parroco: «Questa morte non è uno spettacolo». I colleghi: «Il tempo non cancelli emozioni ed esperienze»

Cinquecento persone, venerdì 3 luglio, al funerale di Chiara Guerra, la professoressa che proprio nella giornata delle esequie avrebbe compiuto 53 anni e che è stata uccisa con oltre 40 coltellate e poi parzialmente bruciata.
Per il delitto si è autoaccusato il nipote 17enne, che ora si trova in carcere.
La bara è arrivata molto presto, alle 8 circa, mentre i negozi di San Stino per il lutto cittadino hanno cominciato a chiudere già alle 9. La recita del rosario ha preceduto il funerale, iniziato puntuale alle 9.30. Sul sagrato i gazebo per stare all’ombra, la protezione civile e un’ambulanza.
Don Alberto Arcicasa presiede la celebrazione. In chiesa, come recita un cartello, non si possono fare fotografie o riprese. Ad aprire la celebrazione, i pensieri dei “suoi”, ragazzi, quelli della classe 2A della scuola media. «Ci diceva che la vita è il dono più prezioso». E ancora: «A volte ci sembrava severa ma adesso capiamo che lo faceva perché credeva in noi», «Ci mancheranno la sua gentilezza. Promettiamo che faremo del nostro meglio». «Grazie per avere creduto in ciascuno di noi. Per il sorriso e il tempo donato. Proviamo gratitudine».
Don Arcicasa ha introdotto i funerali. «Si sono pronunciate molte parole, fin troppe. Oggi c’è spazio solo per la misericordia». In chiesa siedono il comandante della Compagnia carabinieri Tisato, il comandante di stazione Barozzi. Poi ci sono il sindaco Gianluca De Stefani con componenti di giunta e consiglio comunale. Sul lato destro dell’altare il gonfalone del Comune di San Stino.
In chiesa, sul sagrato, gli studenti di ieri e di oggi della professoressa. Nell’omelia don Arcicasa spiega i risvolti del dolore che si prova, spiegando il contenuto della lettera di San Paolo ai Romani scelta per la liturgia. «Come si affronta la sofferenza? Se siamo qui con un minimo di fede, il Signore può cambiare la nostra vita. Questa morte non è uno spettacolo. È una tragedia per tutti».
Poi un riferimento all’omicidio. «La morte violenta o naturale comporta un gesto, cioè coprire la persona con un velo per rispetto. Sotto quel velo c’è una persona a immagine di Dio che ha una dignità che nessuno può permettersi di togliere. Noi siamo qui con rispetto. Per Chiara ma anche per la sua famiglia». «Alcune domande le fanno solo gli addetti ai lavori. Poi ci sono altre domande che ci legano. Una di queste è: se fosse capitato a mio figlio?», ha detto ancora il parroco, «Siamo colpevoli di essere presi dietro alle nostre cose».
All’offertorio un anziano è stato colto da malore ed è stato subito soccorso dall’equipe medica presente. Nell’offertorio spazio ai concelebranti, tra cui don Orioldo Marson. Il vicario vescovile della diocesi di Concordia Pordenone era al collegio Marconi di Portogruaro quando Chiara studiava all’indirizzo classico.
«Vogliamo pensarti come luce e ricordarti come sorriso», ricordano i colleghi, «Chiediamo che il tempo non cancelli emozioni ed esperienze. Ciao Chiara».
Le note di Morricone accompagnano Chiara verso il sagrato per il commiato. Poi il corteo verso il cimitero. In testa tanti giovani studenti, con in mano palloncini bianchi e azzurri. I ragazzi indossano delle magliette blu: dietro sono stampati i loro cognomi e dei numeri, come fossero calciatori, per ricordare la composizione della classe della loro professoressa scomparsa.
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