Nacque Down, risarciti figlia e genitori

La Cassazione accoglie la richiesta di una famiglia di Castelfranco per una diagnosi prenatale errata
MION / MESTRE 04/01/2007 V.le Vespucci studio avvocato Cornelio ,tre persone minacciano di darsi fuoco all'interno dello studio ,intervento forze dell'ordine © Bertolin M. -
MION / MESTRE 04/01/2007 V.le Vespucci studio avvocato Cornelio ,tre persone minacciano di darsi fuoco all'interno dello studio ,intervento forze dell'ordine © Bertolin M. -

VENEZIA. Per la prima volta la Corte di Cassazione ha riconosciuto, non solo ai genitori, ma anche al figlio con sindrome di Down il diritto ad essere risarcito per la mancata (o errata) diagnosi precoce della sua malformazione genetica, da parte di un’Asl. Accertamenti che - se correttamente effettuati - avrebbero messo la madre nelle condizione di scegliere tra l’interruzione o il proseguimento della gravidanza.

La Cassazione - con sentenza 16754/12, senza precedenti in Italia, che arriva a pochi giorni dalla Giornata delle persone con sindrome di Down (il 14 ottobre) - ha accolto il ricorso di una famiglia di Castelfranco, che si era vista respingere dal Tribunale di Treviso e dalla Corte d’Appello la richiesta di risarcimento per la mancata diagnosi prenatale della malformazione genetica dell’amata terza figlia: pur a fronte di precise richieste della madre per un accertamento sulla salute del feto, il ginecologo dell’Asl di Castelfranco le aveva suggerito un semplice tritest (non le più certe amniocentesi o villocentesi, adducendo presunta tardività e rischi per il feto), i cui risultati danno falsi negativi in oltre il 40% dei casi, come si legge nel ricorso. Di più, la famiglia era stata anche condannata a pagare a medico, Asl 8, assicurazioni le spese legali e di consulenza (che pur hanno stabilito l’invalidità al 75% della figlia) per un ammontare iperbolico di quasi 300 mila euro. Al momento è noto solo il dispositivo, che però accoglie tutti i motivi del ricorso, rinviando alla Corte d’Appello per la quantificazione del danno. «E’ una rivoluzione copernicana», commenta l’avvocato Enrico Cornelio, che rappresenta la famiglia, «finora in caso di mancata diagnosi precoce di malformazione fetali, la Cassazione riconosceva solo il diritto al risarcimento ai genitori, ritenendo che per il nascituro nascere malformato fosse preferibile ad essere abortito e che nel nostro ordinamento non vi sia un diritto a non nascere se non sano. Sentenze talebane». Una sentenza che apre la porta a possibili contestazioni etiche, sul risarcimento “per essere nati”. «Non c’è dubbio che le persone Down», commenta Cornelio, «meritano la massima solidarietà e ogni sforzo per far loro vivere un’esistenza libera e dignitosa, ma ogni donna ha diritto di sapere quale sia la gravidanza che sta portando in grembo e decidere se dedicare la propria vita e gravare la propria famiglia del carico di un bimbo malformato o interrompere la gravidanza, come previsto dalla legge 194, che è costituzionale. Esistono sistemi di diagnosi precoce molto aggiornati, nel Veneto però ancora pratica non comune. Accogliendo tutti i punti del nostro ricorso, è stato riconosciuto che non c’è un diritto del feto a nascere: “non nascere” non è un danno, mentre lo è nascere malformato se medico o ospedale ne sono responsabili». Una sentenza che apre la porta ad analoghi ricorsi e risarcimenti: Cornelio stima 1 milione per la ragazza e 150 mila euro per la famiglia.

Roberta De Rossi

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