Filariosi, il cuore degli animali domestici a rischio parassiti: perché la prevenzione è d’obbligo
Con il caldo le zanzare trasmettono il virus tutto l'anno: ecco i pericoli per cani e gatti. I veterinari: «Un killer silenzioso»

Non è più solo una questione di risaie o di umidità padana. Il mutamento climatico e l’innalzamento delle temperature medie hanno trasformato la filariosi cardiopolmonare da minaccia endemica locale a emergenza nazionale.
Causata dal nematode Dirofilaria immitis, questa patologia rappresenta uno dei killer più silenziosi e letali per gli animali domestici.
Il vettore è la zanzara, che agisce come un vero e proprio siringatore biologico: preleva le larve da un ospite infetto e le inocula in uno sano. Una volta sottopelle, il parassita inizia una migrazione verso il cuore e le arterie polmonari che dura circa quattro mesi.
Qui, i vermi adulti possono raggiungere i 30 centimetri di lunghezza, trasformando l’apparato circolatorio in una trappola ostruita.
Il cuore sotto attacco
Il danno provocato dalla filaria è meccanico e infiammatorio. Quando i parassiti si insediano nelle arterie polmonari, causano un’endoarterite proliferativa: le pareti dei vasi si ispessiscono, riducendo lo spazio per il passaggio del sangue. Il risultato è l’ipertensione polmonare, che costringe il ventricolo destro a un lavoro sovrumano per pompare il sangue. Con il tempo, il muscolo cardiaco si dilata e si ipertrofizza (cuore polmonare), scivolando verso l’insufficienza cardiaca congestizia.
A complicare il quadro interviene il batterio simbionte Wolbachia, che vive all’interno della filaria: la sua liberazione nel sangue scatena violente risposte infiammatorie che aggrediscono non solo i polmoni, ma anche i reni, rendendo la gestione clinica estremamente complessa e multisistemica.
Cane e Gatto: reazioni opposte
Sebbene il parassita sia lo stesso, l’evoluzione della malattia diverge radicalmente tra le specie. Nel cane, l’ospite definitivo, la filaria completa il suo ciclo con facilità; decine di vermi possono convivere per anni, portando a sintomi subdoli come tosse persistente e intolleranza all’esercizio, fino al collasso della “Sindrome della vena cava”.
Il gatto, invece, è un ospite atipico e molto più sensibile. Anche se solo il 5-20% delle larve sopravvive, la reazione polmonare è violenta. Si parla di Hard (Heartworm associated respiratory disease), una sindrome che mima l’asma grave.
Nel gatto, la morte di un singolo verme può scatenare uno shock anafilattico o un’embolia fatale, rendendo la diagnosi un’operazione di precisione basata su ecocardiografia e test incrociati per evitare falsi negativi dovuti alla bassa carica parassitaria.
L’imperativo della prevenzione
Il trattamento moderno ha abbandonato i vecchi protocolli rischiosi a favore di strategie multimodali. Nel cane si utilizza la Melarsomina cloridrato, somministrata in tre fasi per uccidere i parassiti gradualmente e ridurre il rischio di embolie polmonari post-trattamento.
Nel gatto, la Melarsomina è invece controindicata poiché spesso letale; la terapia è sintomatica, basata sui corticosteroidi per gestire l’infiammazione in attesa della morte naturale del verme. Data la complessità delle cure, la prevenzione resta l’unica difesa reale.
Attraverso lattoni macrociclici somministrati via spot-on, compresse o iniezione slow-release (capace di coprire fino a 12 mesi), si eliminano le larve prima che diventino adulte.
In Italia, la stagione a rischio non è più limitata all’estate: i veterinari consigliano ai proprietari una protezione annuale, previo test diagnostico obbligatorio per evitare reazioni anafilattiche in soggetti già infestati, garantendo così una copertura costante contro un parassita che non conosce più confini stagionali o geografici.
*In collaborazione con l’Ordine dei medici veterinari di Padova
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