La memoria vive nel Ghetto di Padova

La zona a ridosso di piazza delle Erbe, per due secoli, è stata sinonimo di casa sicura. Nacque verso il 1516, dopo Venezia: all’interno erano attive 63 botteghe e tre sinagoghe

Francesco JoriFrancesco Jori
La sinagoga tedesca in via delle Piazze è sede del museo della Padova ebraica
La sinagoga tedesca in via delle Piazze è sede del museo della Padova ebraica

Di ghetto, così come lo intendiamo oggi, specie dopo la deriva della barbarie nazista, c’è solo la parola. In realtà l’area a ridosso di piazza delle Erbe che per due secoli ha accolto la comunità ebraica, è stata una sorta di casa che ha garantito a generazioni di israeliti sicurezza e senso di appartenenza. Unico elemento a trasmettere un messaggio di chiusura, le quattro porte che la delimitavano in via delle Piazze, via San Martino e Solferino, via dei Fabbri e via dell’Arco: in funzione dal tramonto all’alba, con le chiavi affidate a due guardiani, uno ebreo e l’altro cristiano. Di giorno, il transito era libero.

È il 1603 quando il Comune delibera l’istituzione di “un loco stabile et separato, deputato agli ebrei, né alcun cristiano in quello possi star overo tegnir bottega”. In realtà, la presenza ebraica a Padova è ormai consolidata fin dagli inizi del Trecento, anche se in forma sporadica. Diventa rilevante nell’ultimo scorcio del secolo, grazie alla politica lungimirante dei Carraresi, che governano la città: gli ebrei esercitano il prestito di denaro attraverso i banchi dei pegni, ma praticano anche il commercio in genere, la “strazzarìa” (vendita di oggetti usati, soprattutto vestiti), e lo “zoàdego”(fornitura in affitto di animali da lavoro a contadini che non possono permettersi di comprare un bue o un cavallo).

Ma dopo che nel 1516 Venezia ha dato vita al primo ghetto della storia, anche Padova che è sotto il dominio della Serenissima si adegua; e dispone che gli ebrei si concentrino in un’area specifica. Con una particolarità, pure questa mutuata dalle regole veneziane: gli abitanti non possono essere proprietari degli immobili, però viene loro riconosciuto il diritto di trasmettere l’affitto per via ereditaria.

La vita all’interno è di grande intensità, e coinvolge l’intera città: nel ghetto al massimo del suo percorso sono attive ben 63 botteghe, un decimo di quelle complessive esistenti a Padova. Al suo interno sorgono tre sinagoghe: una di rito tedesco nell’odierna via delle Piazze, inaugurata nel 1525, le altre due a pochi passi, nell’attuale via San Martino e Solferino, una di rito italiano aperta nel 1548 e l’altra di rito spagnolo attiva dal 1617, che si fronteggiano sui due opposti lati della strada. Di assoluto rilievo è il capitolo legato alla formazione: per gli ebrei, l’istruzione è obbligatoria e gratuita dai 3 ai 13 anni, per cui tutti gli adulti sanno quanto meno leggere e scrivere in un’epoca di diffuso analfabetismo; chi vuole può poi proseguire gli studi in una scuola talmudica che conferisce il titolo di rabbino. Molto consistente la presenza nell’università patavina, che conferisce la laurea in Medicina a oltre duecento ebrei, molto apprezzati nella professione anche da parte dei cristiani.

Non sono però tutte rose e fiori. Nel 1684, in un clima generale di tensioni per la presenza ottomana alle porte di Vienna, il 20 agosto si registra un vero e proprio assalto al Ghetto: una folla di artigiani e contadini abbatte le porte del quartiere e lo invade, dando luogo a un vero e proprio saccheggio. A quel punto per ristabilire l’ordine interviene il podestà in persona, Bernardo Memmo, con un folto drappello di soldati alla guida di Lorenzo Tiepolo. Il giorno seguente il doge emana un provvedimento in cui minaccia di morte chiunque compia gesti ostili contro gli ebrei. La storia del ghetto padovano si conclude, come a Venezia, nel 1797, con la caduta della Serenissima e l’arrivo dell’esercito francese.

Da segnalare che in città esiste un sistema articolato di cimiteri ebraici. Il più antico è quello di via Campagnola, attivo già alla fine del Quattrocento, fuori dalle mura medievali dell’epoca, e del quale oggi non rimane traccia. Il principale e meglio conservato è quello di via Wiel, istituito agli inizi del Cinquecento e rimasto in funzione per due secoli, con un ampliamento nel 1653; oggi è visitabile. Vi sono sepolti medici, rabbini e personaggi di primo piano della comunità ebraica dell’epoca; tra questi, Meir Katzenellenbogen (Maharam di Padova), uno dei massimi rabbini europei del Cinquecento.

La sua tomba è ancora oggi meta di visite da tutto il mondo, ed è riconoscibile per le pietre lasciate dai visitatori sulla lapide. Dopo la sua chiusura, agli inizi dell’Ottocento, viene istituito il cimitero di via Canal; poi, dal 1862, apre quello di via Sorio, tuttora in uso, dove riposa tra l’altro Samuel David Luzzatto, rabbino, filologo e maestro del Convitto Rabbinico Lombardo Veneto (1800–1865).

Per chi voglia approfondire la conoscenza della presenza israelita a Padova, in via delle Piazze 26 è attivo un Museo ebraico, ricavato nei locali dell’ex sinagoga tedesca: quasi completamente distrutto dalle fiamme appiccate dalle squadre fasciste nel maggio 1943, è stato restaurato dalla Comunità ebraica padovana nel dopoguerra. Vi sono raccolti oggetti della tradizione ebraica; tra questi spiccano un parokhet di manifattura mamelucca egiziana, risalente alla prima metà del Cinquecento, e la Meghillath Esther manoscritta e decorata su pergamena (sec. XVIII). Di notevole interesse la video-installazione “Generazione va, generazione viene” del regista Denis Brotto, in cui dieci personalità rappresentative della storia della comunità ebraica padovana “parlano della storia e dei luoghi ebraici della città. 

Andare in bolletta

Una curiosità: l’espressione attuale “andare in bolletta” ha origini nei tempi in cui era attivo il ghetto padovano.

Gli studenti universitari senza quattrini (non pochi…) per finanziarsi vendevano il proprio mantello nelle botteghe della comunità ebraica, e ricevevano in cambio una carta bollata; appunto, bolletta, che significa “senza soldi”.

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova