Del Piero e il rugby, quando da giovane viveva tra i colossi del Petrarca: «Ma io tifavo Benetton»
Nel podcast Sky Calcio Unplugged, il campione trevigiano ha ricordato anche i primi anni al Padova e la vita in convitto assieme ai colossi tuttoneri: «La mia fede per i Leoni? La tenevo nascosta per rispetto»

Alessandro Del Piero e il rugby, una storia di trevigianità mai portata alla luce che affonda le sue radici tra fine anni ’80 e inizio anni ’90. Il campione di calcio di San Vendemiano ha raccontato la sua passione adolescenziale per la palla ovale, in una storia che si intreccia con il Petrarca.
Lo ha fatto in un episodio di Sky Calcio Unplugged, podcast del colosso dei broadcaster, in cui ha ripercorso alcuni dei momenti chiave della sua vita vissuti nel settore giovanile del Padova: «Ho avuto una parentesi rugbistica, se così possiamo definirla. Il Veneto, lo sapete, è la casa del rugby italiano, il Benetton Treviso ha sempre rappresentato un orgoglio per me che sono trevigiano. Ma lì vivevo nella casa del Petrarca, che costruì un centro di allenamento con un convitto, il Padova affittava delle camere per i ragazzi che venivano da fuori come me. C’era Vittorio Munari allenatore, noi ci mettevamo in un’altra ala in mezzo ai rugbisti grandi e grossi: io tifavo per gli altri del Benetton, me lo ripetevo tra me e me, ma non glielo potevo dire. Ci ospitavano, portavo massimo rispetto per loro».
Del Piero ha militato nel settore giovanile del Padova dal 1988 al 1993, anni in cui a Treviso o si vinceva lo Scudetto o si andava in finale, erano Leoni John Kirwan, Craig Green e Michael Lynagh, l’epoca dei francesi allenatori (Buonomo, Aguirre e Villepreux). Una parata di stelle biancoverdi, anni mitici.
Ma mai prima d’ora Alex aveva raccontato della sua passione per il Benetton, che resisteva anche nella casa dei rivali, reduci a metà anni ’80 da 4 Scudetti di fila, quello dell’87 coincideva con quello della stella.
L’epoca di Memo Geremia presidente, di Artuso, Campese, di Collodo si regalava un’esperienza con i tuttineri in mezzo ad una vita biancoverde, di Straeuli che passava a Padova prima di diventare campione del mondo. Alex cresceva nella casa del Petrarca, tra i timori di mamma Bruna che vedeva il suo secondogenito lasciare San Vendemiano per provare a diventare grande con il calcio.
E, ça va sans dire, il resto è storia: «Buttarsi in una realtà del genere a 13 anni è stato complicato, mia madre ogni tanto si commuove ancora ripensandoci. All’epoca non capivo, ora da papà mi immedesimo perfettamente. Furono anni formativi in una bellissima società, con persone toste che guardavano prima all’aspetto umano e dopo a quello tecnico. Erano rompiscatole con la scuola, vivevamo in un convitto in cui il responsabile del vivaio Carlo Sabatini ci seguiva ogni giorno».
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