Parlato e la superstizione a forma di sciarpa

PADOVA. C’è chi tiene stretto tra le dita un oggetto, c’è chi compie gesti propiziatori divenuti abitudine nel corso degli anni, c’è anche chi si esibisce in particolari mosse e rituali per attirarsi la buona sorte. Calcio e superstizione sono da sempre un binomio indissolubile: dall’acqua santa di Giovanni Trapattoni, alla maglia numero 9 di Gigi Riva – il quale nell’unica occasione in cui indossò l’11, durante Italia-Portogallo del 1967, si ruppe una gamba – fino al giubbotto che l’ex allenatore del Padova Renzo Ulivieri indossava anche fuori stagione. Nemmeno, da buon napoletano, Carmine Parlato sfugge alla cabala. E nelle prime partite ufficiali sono stati in molti a notare una specie di fazzoletto bianco annodato sulla mano del tecnico partenopeo. «In realtà è una sciarpa dei Biancoscudati Padova», confessa, «Sono andato a prendermela personalmente in sede, è quella che ora viene regalata ai tifosi che sottoscrivono l’abbonamento. È un simbolo a cui tengo molto, e la porto sempre con me durante le gare». «Sono un po’ scaramantico, lo ammetto. È un rituale che ho cominciato quando ero a Rovigo». Dalla fede alla superstizione: accanto ai braccialetti recanti alcune immagini sacre, ecco che in panchina compare sempre la sciarpa biancoscudata. Un gesto tutt’altro che lasciato al caso: «L’avevo anche contro il San Paolo, e all’inizio della gara l’avevo legata alla mano sinistra», racconta Parlato, «Quando abbiamo preso gol, ho cercato di invertire il trend spostandola sulla mano destra: ha funzionato, alla fine abbiamo pareggiato e vinto. È andata bene, anche se il merito è stato dei ragazzi, non certo della sciarpa in sé». (fra.co.)
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