Coraggio e passione Lo “Sguardo di donna” racconta il mondo

di Silva Menetto
Ci sono mostre che si fanno guardare e mostre che guardano. La mostra fotografica in corso alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca fa parte di questo ultimo gruppo.
Partiamo dal titolo: “Sguardo di donna”. Questo già fa intuire che dietro all’obbiettivo della macchina fotografica ci sono donne che hanno scelto di testimoniare quello che il loro occhio vede quando si posa sulla realtà.
E poi c’è il sottotitolo, che va un po’ oltre: “Da Diane Arbus a Letizia Battaglia. La passione e il coraggio”, per proporre una delle innumerevoli chiavi di lettura di questa esposizione. Perché passione e coraggio sono due forze che innescano il grande racconto polifonico che questa mostra crea, dove ogni foto esposta alla Casa dei Tre Oci non è altro che un pretesto, un mezzo per obbligare il pubblico a vedere le cose di fronte alle quali di solito chiudiamo gli occhi, quelle più scomode o più imbarazzanti, quelle più controverse o più viscerali.
“Sguardo di donna” è un viaggio attraverso il mondo, le sue contraddizioni, le sue problematiche e soprattutto attraverso il rapporto con l’Altro, colto dall’obbiettivo di 25 autrici che analizzano la realtà con la loro sensibilità e cercano il contatto con l'anima.
Foto famosissime come quelle dei morti di mafia di Letizia Battaglia o i ritratti di Ezra Pound scattati da Lisetta Carmi quando il poeta viveva a Genova, solo e malato. C’è la serie dedicata alle “Invasate di Galatina” che Chiara Samugheo scattò per documentare con tocco neorealistico l’Italia del dopoguerra. E ci sono le foto storiche di Yoko Ono con John Lennon affiancate al progetto “Dream” che l’artista ha realizzato nel 2009 facendo diventare la parola “Sogno” un programma per il futuro.
Oltre 250 foto, per lo più in bianco e nero, scattate da donne di tutte le età e di ogni parte del mondo: «Alcune sono fotografe e altre sono artiste» spiega la curatrice Francesca Alfano Miglietti «ma questa non è una differenza gerarchica, è un dato di fatto».
Le fotografe vogliono raccontare la realtà, le artiste vogliono raccontare una sensazione». E di realtà e sensazioni in questa mostra ce ne sono a fiumi, avvicinando le opere di Donna Ferrato che denunciano gli abusi contro donne e bambini all’interno del contesto domestico o le camere a gas e le sedie elettriche delle carceri americane. Ogni opera diventa la provocazione di un dialogo profondo e intimo tra i soggetti delle foto e lo spettatore, raccontando uno scorcio indefinito della comune condizione umana, un “invito alla consapevolezza” dell’esistenza di mondi differenti e spesso estranei uno all’altro.
Le opere esposte partono dagli anni Trenta e arrivano fino a oggi, selezionate e composte secondo il preciso disegno di Francesca Alfano Miglietti che ha voluto al suo fianco ancora una volta lo stilista Antonio Marras per lì'allestimento degli spazi espositivi.
Il risultato è una mostra potente e suggestiva, che colpisce per i contenuti e per il contenitore. Per l’occasione Marras ha ridato al magnifico palazzetto della Giudecca il senso di una casa, ricostruendo nei tre saloni centrali tre ambienti differenti, animati con l’aiuto dei materiali accumulati nei depositi del Teatro La Fenice. A pianterreno una sfilata di costumi di scena, bianchi e neri, tutti rigorosamente rovesciati per far vedere quello che all’occhio umano solitamente sfugge, ossia. l’anima, il contenuto, il lavoro artigianale e minuzioso. Nelle salette laterali, dalle pareti dipinte dello stesso rosso dei Musei Vaticani, le foto esposte spiccano in tutta la loro purezza formale.
Al secondo piano altre foto sono invece accolte negli armadi in cui la Fenice custodisce i costumi di scena. All’ultimo piano infine Marras ha creato una sorta di labirinto con le “cavalle” (le strutture che reggono le quinte e che il pubblico solitamente non vede) che occupano lo spazio centrale, costringendo il visitatore a un percorso tortuoso alla ricerca delle foto alle pareti. Una metafora della condizione umana.
Il libro-catalogo della mostra è edito da Marsilio.
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